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Il porto delle nebbie: nessuna chiarezza sui temi centrali di adeguamento del modello lombardo alle regole nazionali del servizio sanitario

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Una “bozza riservata” presenta indicazioni generiche e a volte contraddittorie di revisione della Legge 23. Disattese le richieste di ristrutturare e potenziare i Dipartimenti di prevenzione.

Il 16 dicembre 2020 il Ministro della Salute inviava al Presidente della Regione Lombardia una lettera che, sulla base di un documentato studio elaborato da AGENAS in collaborazione con la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, si concludeva stabilendo in 120 giorni il tempo ritenuto congruo per modificare la Legge 23/2015 (la cosiddetta riforma sanitaria lombarda) allineandola alle norme nazionali. Mancano quindi ormai pochi giorni allo scadere del termine ma ancora non si intravvede alcuna proposta di Legge Regionale che possa dare un’idea definita della direzione che la Giunta Regionale intende perseguire.
Nel frattempo si sono susseguite interviste alla stampa, consultazioni pletoriche, ma niente di preciso. Da ultimo sta circolando una “Bozza riservata” titolata “Linee di sviluppo L.R. 23/2015” ancora molto generica e contraddittoria ma sufficientemente precisa nell’indicare i “valori” di riferimento cui ancorare l’intervento normativo, cioè sempre gli stessi che stanno alla base del modello lombardo fin dalla Legge Regionale 31 del 1997.
Al primo posto nell’elenco dei cambiamenti necessari richiesti dal documento AGENAS-S. Anna sta l’istituzione dei Dipartimenti di Prevenzione presso tutte le ASST. La richiesta potrebbe essere, oggi, dopo l’esperienza COVID in Lombardia, ancora più rafforzata e stringente, visto il degrado e il progressivo depauperamento che questa fondamentale struttura di tutela dell’igiene pubblica e della prevenzione ha subito in questi anni, con le conseguenze ben note. Ebbene, la “bozza riservata” non fa alcuna chiarezza su questo punto: da un lato prevede la presenza del Dipartimento nelle ASST, dall’altro prosegue nell’ambiguità dei ruoli assegnando alle ATS (di cui in altra parte del documento si prospetta il superamento) la “attività di programmazione” in materia di prevenzione. È la medesima confusione di ruoli che ha caratterizzato, ad esempio, la gestione del Dipartimento di cure primarie (Medici di famiglia): gestito dalla ATS ma più legato ai servizi territoriali gestiti dalle ASST. Sempre nella medesima pagina (pag. 14) c’è però di molto peggio: il controllo “di rilevanza nazionale” delle malattie infettive è situato a metà tra ATS e ASST. È una confusione che già abbiamo pagata assai cara.
Dove, invece, non c’è alcuna ambiguità è sulla centralità assegnata alla sanità privata, tema affrontato proprio nelle prime pagine del documento. E poiché siamo in periodo di attesa dei fondi europei PNRR si dice bel chiaro “partecipazione del privato all’innovazione tecnologica e organizzativa del SSR anche nella sua componente territoriale” (pag. 5). Sul tema del “rapporto pubblico/privato” – come sono titolate queste due pagine del documento – quel che conta, più dei proclami ideologici, sono sempre state le scelte di bilancio e questo documento indica chiaramente la direzione scelta, ampliata anche verso la componente territoriale.
Tra gli errori della sanità lombarda cui porre rimedio è stata indicata, (quasi) unanimemente, la debolezza della sanità di territorio cioè l’organizzazione dei Distretti (istituzione definita nel dettaglio da norme nazionali e in primis dai LEA, cioè da un istituto con fondamento costituzionale) ma su questo punto fondamentale non mancano incertezze e ambiguità: da un lato (pag. 9) si dice che l’articolazione delle ASST in Distretti deve coincidere con gli Ambiti Territoriali ex L. 328/2000 (quindi a Bergamo, non tre, come oggi, ma i 14 Ambiti degli attuali Piani di Zona) ma le recenti indicazioni date dalla Regione per i Piani di Zona 2021-2023 ribadiscono e incentivano il dimensionamento degli Ambiti Territoriali sulla base delle tre attuali ASST (cioè, per fare un esempio, da Schilpario a Calcinate). Un’ambiguità che si ripete nella nebbiosa definizione di tre strutture territoriali: “Case della comunità”, “Ospedali di comunità” e “C.O.T. Centrali Operative Territoriali”.
Anche su temi assai delicati come il “Governo del rischio clinico” non si può non esprimere netta contrarietà: che senso ha affidarlo alle ATS (pag. 8) quando è un tema che tocca direttamente le strutture ospedaliere e comunque tutte le strutture erogative (e nonostante questo, a pag. 23 si dice, in neretto, tutto maiuscolo, “nessuna funzione erogativa ad ATS (ad eccezione attività veterinaria)”)?
Anche gli aspetti positivi come l’assegnazione alle ASST del Dipartimento di cure primarie o gli annunciati investimenti su Assistenza Domiciliare Integrata, Cure palliative, forme associative dei Medici di Medicina Generale, sono solo accennati in modo approssimativo e senza indicare il tipo di collegamento con i Distretti.
Una pagina (pag. 12) è dedicata alla definizione (questa volta con l’indicazione di precisi standard) di una nuova tipologia di ospedale – non prevista dal D.M. 70/2015, quindi un’altra volta al di fuori delle norme nazionali – le Aziende Ospedaliere di interesse regionale. Se andasse in porto questa proposta ci troveremmo ad avere il Papa Giovanni XXIII non più ASST ma Az. Ospedaliera autonoma. Un’ipotesi della quale si discusse animatamente nel 2015 e che, riproposta oggi certo potenzierebbe il ruolo ospedaliero del Papa Giovanni ma costringerebbe a rivedere la rete territoriale con una nuova e diversa ASST per Bergamo e la Valle Brembana.
Il riferimento d’apertura a grandi temi d’attualità (approccio globale alla salute, relazione tra salute umana, salute degli animali, ambiente), poi non viene declinato in precisi e vincolanti provvedimenti, pare essere più che un’indicazione di valori condivisi, un prender tempo, in attesa che le conflittuali divergenze tra le anime della maggioranza riescano a concordare una risposta comune.

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