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Il racconto di Miriam. Pubblico Impiego, cosa significa essere una delegata in corsia? Risponde un’infermiera del Papa Giovanni XXIII

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Si sono aperte il 5 aprile (e proseguiranno fino al 7) le operazioni di voto per l’elezione di centinaia di rappresentanti dei lavoratori di autonomie locali, sanità, funzioni centrali, scuola, università, ricerca, cioè di tutto il settore pubblico.

In provincia di Bergamo, i lavoratori chiamati a scegliere i propri delegati nel Pubblico Impiego sono 12.700: oltre 7.000 per la sanità, 4.700 negli enti locali, circa 200 alle dipendenze dei ministeri, circa 350 per le agenzie statali, 400 per gli Enti Pubblici non Economici.
Cosa significa essere un delegato sindacale nel comparto pubblico? Risponde dalla domanda un’infermiera dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII.
Quello che più le piace del ruolo di delegata sindacale è “essere l’occhio del sindacato sul mio posto di lavoro, cioè svolgere una parte attiva nella sorveglianza di quello che vi accade, e poter così verificare che le norme e i principi definiti a livello nazionale a difesa dei lavoratori vengano rispettati e trovino attuazione anche tra i miei colleghi”. La pensa così Miriam Milesi, infermiera del pronto soccorso dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e dell’ospedale di San Giovanni Bianco, un’esperienza di delegata sindacale da vent’anni. Da quattro anni è anche coordinatrice della RSU della ASST Papa Giovanni, composta da 45 persone.

“Spesso si dà per scontato che nel settore pubblico sia tutto garantito, gli stessi lavoratori percepiscono il loro comparto in questo modo. È vero che nel pubblico impiego si hanno spesso tutele più forti rispetto al comparto privato, ma esiste un margine rilevante in cui, come delegati, possiamo fare la differenza, rivendicando diritti che esistono magari sulla carta e che devono essere messi in pratica. Abbiamo poi la possibilità di dire la nostra sulla contrattazione decentrata”.
Per lei quello della delegata è “un ruolo dal carattere identificativo forte, lo sento cioè come parte della mia identità. E anche gli altri, sul posto di lavoro, mi riconoscono come tale: la persona informata a cui chiedere pareri, e aiuto”.

Per questo, dopo due decenni di attività sindacale, non rinuncia a correre di nuovo in queste elezioni: “Ostinatamente mi ripresento!”, ci dice, e spiega anche come questi ultimi due anni – sia come infermiera che come delegata sindacale - siano stati difficili a causa della pandemia: “Malgrado fossimo nell’occhio del ciclone dell’emergenza e malgrado i turni incalzanti, abbiamo proseguito con il confronto sindacale. Era importante discutere di sicurezza di noi lavoratori, di disponibilità di DPI, di gestione degli orari e dei turni che saltavano. Il Covid, infatti, ha dominato in quei mesi la discussione con la nostra controparte, la direzione ospedaliera. Mantenere questo impegno durante la pandemia è stato pesante, ma credo che insieme abbiamo fatto la differenza, e per questo sono soddisfatta”.
Miriam ha ben chiaro cosa non ama (e non sopporta più) di questo ruolo: “Non mi piacciono i pugni sul tavolo e la gente che urla: io, anche nel conflitto, cerco di usare l’impegno e la costanza. E infatti al giovane RSU che si assume per la prima volta questo ruolo direi di non farsi spaventare, perché è possibile, anzi più efficace, raggiungere risultati senza aggressività”.

Le chiediamo cos’altro direbbe a chi oggi, per la prima volta, si candida per diventare delegato: “Direi anche che nessun ti insegna come si diventa rappresentante dei colleghi, solo provandoci si impara. Inoltre il sindacato che ti sostiene dietro le quinte è una risorsa a cui attingere e che permette di trasformarti, a tua volta, in una risorsa in corsia. Io il sindacato l’ho sempre sentito. So che loro c’erano, ci sono sempre stati”.

Via Garibaldi, 3 - 24122 Bergamo (BG)

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