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Assegno di natalità e maternità da garantire ai titolari di permesso di soggiorno per lavoro, non solo a chi abbia soggiorno di lungo periodo

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Gli assegni di maternità, erogati dai Comuni, e di natalità, in capo all’Inps, spettano anche a cittadini stranieri titolari del semplice permesso per lavoro (naturalmente con precisi requisiti). Dunque per richiederli non è necessario possedere documenti di soggiorno “di lungo periodo”: lo ha sancito una sentenza della Corte di Giustizia Europea pronunciata il 2 settembre.

“Dopo tanti anni di battaglie, la Corte Ue ha riconosciuto le nostre ragioni. Siamo molto soddisfatti” ha commentato oggi Annalisa Colombo della segreteria provinciale della CGIL di Bergamo e responsabile dell’Ufficio Migranti CGIL.
Le prime azioni, sia legali che informali, mosse dalla CGIL di Bergamo risalgono al 2013, quando alcuni Comuni della provincia avevano iniziato a negare l’erogazione dell’assegno di maternità a cittadini stranieri titolari di un semplice permesso per lavoro. Quegli enti locali richiedevano documenti di soggiorno “di lungo periodo”.
“Con lettere inviate ai vari Comuni li invitavamo a modificare i loro comportamenti, a nostro avviso illegittimi. Alcuni lo hanno fatto, altri no e contro questi abbiamo intentato diverse cause, che abbiamo vinto” prosegue Colombo. “Quando è stato introdotto nel 2016 l’assegno di natalità, ci siamo mossi nello stesso modo, con azioni legali contro l’Inps che, ugualmente, non riconosceva come requisito sufficiente un semplice permesso di soggiorno per lavoro”.
Eppure la Direttiva europea 2011/98, con cui si è stabilita un’unica procedura per richiedere il permesso di lavoro in tutti i Paesi dell’Unione europea, prevede conseguentemente il diritto a prestazioni di assistenza sociale, dunque, per l’Italia, ai due assegni.
“Nel corso di questi anni, alcuni giudici del Tribunale Bergamo hanno deciso di sospendere il giudizio, rinviandolo alla Corte Costituzionale o alla Corte di Giustizia europea, appunto. Ora il pronunciamento di quest’ultima è arrivato ed è a nostro favore. A questo punto spetta al giudice nazionale procedere. Ci auguriamo che anche la Corte Costituzionale si pronunci in modo da risolvere definitivamente la questione”, conclude Colombo.

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