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"A casa è meglio se..." Domiciliarità e rete dei servizi, una ricerca sul campo
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Domiciliarità:
la cura dentro la famiglia
Relazione introduttiva al
Convegno e Documentazione a cura di Carol Angelini
Indice:
introduzione: gli obiettivi;
la metodologia della ricerca;
gli anziani non autosufficienti: la
complessità del fenomeno;
la domiciliarità;
le osservazioni dei testimoni del territorio:
medici e assistenti sociali;
i volontari Auser;
quali proposte;
i comuni coinvolti nella rilevazione;
traccia dell’intervista ai medici di
medicina d base;
traccia dell’intervista agli assistenti
sociali dei comuni;
traccia dell’intervista ai famigliari;
le interviste raccolte;
le fonti citate.
Introduzione: gli obiettivi
Da aprile 2000, in Cgil si è costituito un luogo di osservazione del
territorio provinciale, promosso dallo SPI e a cui aderiscono Terza Università
e Auser. Questo progetto si propone di esplorare e analizzare il mondo degli
anziani e dei pensionati, elaborando un’indagine annuale su un tema specifico.
Le finalità di MONITOR sono molteplici: in primo luogo sviluppare la
consapevolezza della comunità su temi quali l’assistenza, la previdenza, il
reddito e la salute degli anziani sul nostro territorio; inoltre ci si propone
di offrire un contributo alle riflessioni sulle condizioni degli anziani e
fornire dati di realtà e proposte sulla qualità della loro vita.
L’oggetto di lavoro di questa annualità è stato la
cura dentro la famiglia, la domiciliarità.
L’importanza di questo tema è avvalorata dal fatto che il 15-20% degli
anziani non è autosufficiente, e di questi solo 2% circa vive in strutture
residenziali. La famiglia ha dunque un ruolo centrale nel sostegno all’anziano
nelle sue molteplici necessità. Non possiamo tralasciare di ricordare che ben
il 33.1% degli ultra 80enni vive solo.
Questa ricerca si propone di esplorare i vantaggi della domiciliarità, e con
essi le fatiche, le necessità e il sostegno di cui le famiglie hanno bisogno
nella loro opera di cura e accompagnamento ai propri anziani non
autosufficienti.
Sono infatti numerosi gli anziani in condizioni di salute precarie che
necessitano di assistenza e che non ricorrono, per svariati motivi, alle case di
riposo. Queste persone, nella maggior parte dei casi, restano a vivere in
famiglia; famiglia che assume un ruolo indispensabile e spesso deve
ristrutturarsi per affrontare l’evento.
In breve gli obiettivi di questo lavoro sono:
comprendere il fenomeno e i vissuti delle persone coinvolte;
osservare le strategie dei servizi medici e comunali per supportare le famiglie;
suggerire alcune proposte operative.
La metodologia
della ricerca
La ricerca si sviluppa in due aree:
analisi delle tendenze in Provincia: lettura dei dati provinciali e comparazione delle analisi presenti;
osservazione della realtà degli anziani non autosufficienti in alcuni comuni della Provincia attraverso delle interviste a testimoni eccellenti, quali i medici di medicina di base e gli assistenti sociali comunali.
Il
primo aspetto è affrontato elaborando i dati della Aziende Sanitarie Locali
sugli aspetti demografici in provincia di Bergamo, leggendo ed analizzando
materiale elaborato da varie organizzazioni sulla realtà bergamasca.
Il secondo punto è stato affrontato proponendo a medici ed assistenti sociali
di 6-7 comuni (vedi tabella), corrispondenti ad altrettanti distretti,
un'intervista qualitativa semi-strutturata sul fenomeno nel loro comune e le
azioni messe in campo (vedi allegato).
| Prospetto interviste | ||||
| Distretto | Comune | Medici di M.G. | Assistenti sociali | Familiari |
| 1 | Gorle | 1 | 1 | 0 |
| 4 | Chiuduno | 1 | 1 | 0 |
| 5 | Cenate Sotto | 1 | 0 | 0 |
| 8 | Pradalunga | 2 | 1 | 2 |
| 10 | Alta Val Brembana | 2 | 1 | 1 |
| 13 | Pontirolo Nuovo | 2 | 1 | 0 |
| 14 | Martinengo | 4 | 1 | 0 |
| tot. | 7 | 13 | 6 | 3 |
Non
è stato semplice incontrare i medici di Medicina Generale; per carichi di
lavoro, indisponibilità di tempo o non interesse all’indagine in atto, spesso
hanno rifiutato l’intervista. Benché avessero ricevuto una lettera e
l’anticipazione delle domande, in alcuni comuni non si è avuta la
disponibilità di alcun medico di base, rendendo inutile il confronto con
l’assistente sociale e quindi scoperto il distretto (ad esempio il caso di
Ponte San Pietro). Alcuni medici di base, al momento del contatto telefonico per
concordare un appuntamento, hanno dichiarato di non seguire anziani non
autosufficienti.
Per quanto riguarda le assistenti sociali dei comuni, esse si sono rilevate
disponibili agli incontri con le intervistatrici una volta superata la difficoltà
di contattarle, malgrado la scarsità di tempo dedicato ad ogni singolo comune.
Ancora più complesso è stato raggiungere le famiglie, da una parte per la
riottosità dei medici ad indicarle, dall’altra per il timore delle famiglie
che le interviste fossero finalizzate alla vendita di un qualche prodotto
commerciale.
Dove è stato possibile, si è cercato di comprendere i vissuti e gli stati
d’animo dei parenti di alcuni anziani non autosufficienti.
Per raggiungere l’obiettivo oltre a Carol Angelini, sono scese in campo 6
persone: Cecilia Bonomi, Angela Calvi, Lodovica Cividini, Pinuccia Gotti,
Attilia Pagani, Gabriella Scotti, il cui compito è stato innanzitutto quello di
recuperare informazioni e dati circa la vita degli anziani e dei loro
famigliari.
Testimonianza di un’intervistatrice:
“Per le interviste siamo partite cercando il numero di telefono dei medici e
dei comuni in cui operano gli assistenti sociali. Quindi armate di pazienza,
abbiamo cominciato a contattare i medici e la cosa non è stata facile poiché
dovevamo scoprire i loro orari di ambulatorio attraverso le loro segreterie
telefoniche oppure chiamando in diversi orari.
Si doveva spiegare per telefono lo scopo della telefonata, chiedere se era
giunta la lettera di presentazione (per la maggior parte dimenticata tra le
carte), dopo di che si attendeva la disponibilità che non sempre c’è stata.
Qualcuno aveva troppo da fare per quel periodo, altri non erano interessati alla
cosa, altri ancora rispondevano picche, qualcuno ha dato risposte stringate e di
malavoglia solo per telefono.
Fortunatamente ci sono stati anche medici che hanno accettato senza problemi,
con i quelli si fissava l’appuntamento e si chiedeva l’indirizzo. Le
interviste si sono svolte con l’aiuto di un mini-intervistatore e hanno avuto
la caratteristica di un colloquio sereno e piacevole con la preoccupazione da
parte nostra di stare nei termini di tempo pattuiti. Quasi tutti hanno espresso
il desiderio di essere messi al corrente dell’esito della ricerca.
Con le assistenti sociali abbiamo avuto maggiori difficoltà a fissare il
colloquio poiché nei paesi più piccoli il comune non li assume a tempo pieno,
oppure li sposta in sedi diverse.
Molto più difficile è stato entrare nelle famiglie, nonostante i nominativi
forniti dai medici, la diffidenza non ha permesso un colloquio nella maggior
parte dei casi”.
Gli
anziani non autosufficienti: la complessità del fenomeno
La popolazione italiana, come negli altri paesi occidentali, sta
invecchiando (vedi tabella). Tale fenomeno è il risultato di due mutamenti
demografici: del notevole aumento della speranza di vita e della diminuzione
della fecondità. Le persone vivono più a lungo e aumenta il numero delle
persone comunemente definite anziane (crescita in valore assoluto); nello stesso
tempo diventa più rilevante, a causa della diminuzione del numero delle
nascite, la quota di persone anziane rispetto alle altre fasce d’età
(crescita in valore percentuale).
Questa tendenza è dimostrata da un aumento dell’incidenza degli anziani sul
totale della popolazione dal 9.3% degli anni 60 al 16.9% del 1998, mentre in
Italia si è passati dal 9.5% al 17,1%.
La percentuale relativa agli anziani con più di 65 anni (in ipotesi di fecondità
costante) passerà, infatti, dal 17,7% del 1999 al 25,7% del 2024, e un
andamento crescente ancor più evidente sarà espresso dalla quota di anziani di
età 75 e più: da un valore del 7,5% relativo all’anno 1999 si arriverà al
13,3% del 2024 (IRP-CNR1995). In particolare, la speranza di vita alla nascita
sarà, secondo le pre-visioni Istat al 2020, di 78.3 anni per gli uomini e di
84.6 anni per le donne, con un cospicuo aumento soprattutto dei “grandi
vecchi”, cioè degli anziani con più di 80 anni (Asi, 1998).
|
Trend popolazione dai 65 anni in su in Lombardia e in Italia |
||||
| Lombardia | Italia | |||
| ultra 65 | % su pop. | ultra 65 | % su pop. | |
| 1961 | 687.438 | 9.3 | 4.827.415 | 9.5 |
| 1971 | 905.925 | 10.6 | 6.101.820 | 11.3 |
| 1981 | 1.114.507 | 12.5 | 7.485.125 | 13.2 |
| 1991 | 1.285.415 | 14.5 | 8.700.185 | 15.3 |
| 1998 | 1.516.418 | 16.9 | 9.839.847 | 17.1 |
L’allungamento
della vita (Tramma 1991 ) è la conseguenza di diversi fattori concomitanti:
l’aumento generalizzato del reddito individuale, che ha migliorato le
condizioni di vita; il miglioramento delle condizioni igieniche pubbliche; i
progressi della medicina e della farmacologia.
Gradualmente la vecchiaia sposta in là il proprio termine e porta spesso con sé
un considerevole aumento di problemi legati alla perdita di autonomia. D’altro
canto i nuclei famigliari, che in passato erano basati su un sistema
patriarcale, ora contano mediamente su uno o due figli ed è improbabile che
nelle stesse famiglie vivano anche i parenti anziani. Inoltre la mobilità della
popolazione attiva costringe spesso gli individui a cambiare posto e luogo di
lavoro, lasciando i genitori nella residenza di origine.
Va sottolineato che gli anziani nati nei primi decenni di questo secolo, quando
il numero medio di figli per donna era di tre-quattro unità, possono contare su
una rete assistenziale domestica ancora abbastanza ampia. In un futuro ormai
prossimo, in considerazione del-l’evoluzione strutturale e sociale che la
famiglia italiana sta vivendo - soprattutto in termini di riduzione del
quoziente di natalità, attestato nel 1998 a 1,2 figli per donna (Eurostat 1999)
e del numero medio di componenti, sceso nel 1997 a 2,7 componenti (Istat, 1999)
- non è detto che la stessa
possa continuare a garantire ai “futuri anziani” un apporto assistenziale
consistente e paragonabile a quello attuale (IRP-CNR, 1995). Al contrario, il
numero delle famiglie formate da soli anziani tenderà a crescere e,
nell’ipotesi di una consistente riduzione del supporto assistenziale
informale, finora garantito prevalentemente dai familiari conviventi più
giovani, la dipendenza dei singoli anziani dalla collettività esterna alla rete
dei rapporti parentali è destinata ad aumentare.
Tutto ciò ha modificato le caratteristiche degli anziani e di chi li
assiste informalmente.
In Italia secondo l’Istat il 47,2% delle famiglie con un anziano di 75 anni e
più risulta affidarsi in via esclusiva all’aiuto di parenti e amici (Istat
2000). In particolare, tre anziani su dieci in Lombardia hanno dichiarato di
aver bisogno di aiuto nelle attività quotidiane, e il 25,9% di poter contare
sui propri parenti; il 6,8% si avvale dell’assistenza a pagamento, il 2,4% è
supportato da amici e vicini di casa e solo l’1,3% del totale si avvale
dell’assistenza dei servizi pubblici e meno dell’1% del volontariato (Irer,2000).
La maggioranza degli anziani lombardi che hanno dichiarato di far ricorso
all’aiuto dei membri della propria famiglia, ricorre nel 35,9% dei casi alle
figlie e nel 30,7% ai coniugi. Solo il 17,1% ha il supporto dei figli, il 4,7%
dei fratelli e l’11,6% di altri parenti.
In quest’ambito si è venuto a identificare il processo di care ,
riferito agli aiuti informali che vengono prestati dai famigliari ai loro
anziani, al fine di sottolineare non solo la fragilità e la dipendenza
dell’anziano, ma anche i diversi aspetti di sostegno materiale e sostegno
psicologico e relazionale i cui la famiglia ha bisogno (Taccani 1994). Il lavoro
di cura è un lavoro che resta invisibile, nascosto sotto la voce affettività,
è altresì un lavoro a tutti gli effetti, nel senso che pone vincoli, richiede
tempi ed energie, ha contenuti concreti e materiale, richiede organizzazione e
competenze (Taccani 1994). Il lavoro di cura è costituito da tre dimensioni:
una dimensione fisica e materiale: l’aspetto pratico e concreto che si svolge nell’occuparsi del corpo della persona;
una dimensione organizzativa: è un lavoro che va coordinato in diverse azioni e attori, dagli aspetti medici alle pulizie;
una dimensione emotiva: fondamentale nel lavoro di cura è l’aspetto relazionale che implica coinvolgimento.
La
famiglia quindi, se da un lato protegge e difende l’anziano disabile,
dall’altro manifesta una forte domanda di aiuto e di tutela, al fine di
prevenire possibili patologie connesse al caregiving quali stress, ansia
e depressione, sintomi di un carico assistenziale pesante da sostenere, in parte
anche legati al conflitto tra esigenze dell’anziano che si assiste ed
aspirazioni personali del caregiver. Tali considerazioni ovviamente si
complicano nel caso di un anziano affetto da demenza, quando i familiari devono
sopportare un pesante stress derivante dalla necessità di prendersi cura e
controllare un soggetto affetto da gravi alterazioni mentali e comportamentali,
con forte impatto sullo stile di vita del carer. Ad integrazione del
supporto familiare, risultano in alcuni casi attive anche altre forme di
sostegno informale, quali ad esempio l’aiuto delle parentele allargate, la
collaborazione dei vicini di casa, il supporto proveniente dalle reti di
volontariato e dagli obiettori di coscienza, figure queste ultime che hanno
rivestito, negli anni recenti, un ruolo di una certa rilevanza nell’ambito dei
servizi alla persona, prestati da alcune amministrazioni comunali e da istituti
di ricovero per anziani. Si tratta tuttavia, nel complesso, di forme di sostegno
piuttosto blande e strutturalmente caratterizzate da un elevato grado di
precarietà, che mal si raccorda con le esigenze di continuità che
l’assistenza ad una persona non autosufficiente di norma presenta.
Riguardo agli interventi istituzionali, va rilevato che le tradizionali
case di riposo, che nel 1994 erano 3.726 unità, e nelle residenze sanitarie
assistenziali (Rsa) al 1997 risultavano realizzati 24.000 posti letto, pari al
17% dei 140.000 previsti dalla Legge Finanziaria del 1998. Anche altre forme di
intervento , quali l’ADI (assistenza domiciliare integrata), che prevede
supporti sociali, psicologici e infermieristici e riabilitativi presente in 224
realtà locali, mentre l’ospedalizzazione domiciliare (OD), che prevede
assistenza infermieristica e visite mediche, esiste in poche realtà
sperimentali.
I servizi socio sanitari dell’ASL della provincia di Bergamo (fonte Direzione
Sociale Dipartimento ASSI) rivolti agli anziani sono aumentati del 33,92% tra il
98 e il 99, arrivando a rappresentare il 42% circa del totale dei servizi socio
sanitari erogati.
Per quanto riguarda i servizi socio assistenziali, l’aumento dell’area
anziani tra il 98 e il 99 è stato del 12%. Nessuna variazione si può rilevare
nell’ambito dei posti nelle strutture residenziali, che si sono mantenuti
stabili, con però un aumento dell’utenza di riferimento.
Ugualmente il servizio SAD (assistenza domiciliare) ha visto il numero di
soggetti seguiti diminuire da 3467 a 3278.
La
domiciliarità
È dalla metà degli anni ’80
che, sul piano delle politiche sociali, gli interventi per la vecchiaia si
stanno sempre più rapidamente indirizzando verso le quote crescenti di anziani
non autosufficienti. È di questi anni la sperimentazione e la successiva
pubblicizzazione di forme di intervento quali l’assistenza domiciliare
integrata (ADI) e l’ospedalizzazione a domicilio.
Per la definizione di domiciliarità ricorriamo alla proposta della cooperativa
Servire: “per domiciliarità intendiamo quel contesto significativo per la
persona, che comprende la casa ed anche ciò che la circonda, cioè l’habitat
collegato alla sua storia, all’esperienza, alle relazioni, alla cultura, alla
memoria, alla gioia e sofferenza di ognuno, al paesaggio”.
Molto diversi sono i livelli di aiuto che l’anziano esprime, diverse le
intensità e le modalità.
La legge 328/00 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di
interventi e servizi sociali” sposta l’attenzione dal singolo, considerato
come entità a sé stante, al singolo che fa parte di un nucleo famigliare. Essa
tende a riconoscere come all’interno delle famiglie ci si trova a dover
rispondere a bisogni e alle difficoltà di ogni membro, e come spesso la
famiglia si ritrova isolata e in difficoltà. L’articolo 16 della succitata
legge evidenzia inoltre come la famiglie non solo sono bisognose, ma sono anche
portatrici di risorse.
Ma i cambiamenti culturali e demografici sopra evidenziati ci fanno presagire
che in futuro la famiglia non potrà assolvere la funzione di cura che assolve
attualmente: già oggi si propende per l’intervento di figure professionali
rispetto al care tutto famigliare. Si sostiene che lo Stato è
responsabile della presa in carico degli anziani vulnerabili sia attraverso
servizi specifici che con l’assunzione dei costi economici di care.
Attualmente la prima strategia è il ricorso ad aiuti esterni retribuiti, sia in
qualità di collaboratori domestici, che di personale specifico. Determinante è
ovviamente il ruolo del reddito.
Le problematicità della domiciliarità che abbiamo rilevato nell’indagine si
possono riassumere in quattro aree:
tempestività degli interventi: l’intervento per l’anziano che diventa non autosufficiente deve essere, se non preventivato, per lo meno tempestivo, perché quando la problematica si acutizza la famiglia difficilmente è in grado di informarsi e scegliere, e spesso si affida all’aiuto più prossimo senza valutarne la qualità e l’efficacia. L’elemento “urgenza” potrebbe condizionare fortemente i risultati della politica dei “buoni socio-sanitari”, che richiede alle famiglie di crearsi autonomamente dei criteri di scelta tra le diverse agenzie di servizi.
coordinamento degli interventi: l’importanza di creare un riferimento chiaro sul territorio rispetto agli interventi che si possono attivare in ogni singola situazione. Tale riferimento deve essere reperibile facilmente, vicino al paziente e alla famiglia e stabile, affinché possa ricoprire anche un compito, se non di supporto psicologico, di rilevazione dei bisogni del nucleo familiare e orientamento ai servizi. Per questo se da un punto di vista professionale la figura che sembra più adatta è l’assistente sociale, a nostro avviso è il medico di medicina generale a doversi assumere il ruolo di promozione del contatto tra la famiglia e il comune e monitoraggio degli interventi offerti all’anziano. La figura del medico di medicina generale è infatti il più prossimo alla famiglia, conosce la persona da prima della non autosufficienza, ha una certa confidenza con il contesto familiare. Il cambiamento in atto nell’erogazione dei servizi socio-sanitari deve saper individuare dei riferimenti chiari e strutturati i per gli anziani e le loro famiglie, che riducano l’incidenza nelle singole storie familiari della casualità o della buona volontà di singole persone.
aspetto economico: le famiglie devono affondare gli elevati costi dell’assistenza che sempre più spesso si rivolge a privati, in grado di garantire la continuità rispetto al rapporto con l’anziano e un’elevata copertura oraria. Proprio per rispondere a queste due necessità e contenere le spese, le famiglie si rivolgono sempre più a persone extra-comunitarie non regolarizzate e spesso prive di professionalità specifica. Alti sono anche i costi che la famiglia deve affrontare per adeguare le abitazioni al sopravvenuta difficoltà dell’anziano. Non possiamo tralasciare di rilevare che numerose sono le situazioni in cui persiste la non disponibilità a spendere degli anziani e dei loro parenti.
aspetto abitativo: non direttamente, ma ponendo noi la domanda, la maggior parte degli intervistati ha confermato che gli alloggi dove vivono gli anziani non autosufficienti sono per lo più inadeguati. A volte le famiglie sono in grado di apportare alcune modifiche affrontandone le spese, ma in molti casi l’anziano finisce relegato negli spazi che può raggiungere. L’offerta di mini alloggi non è stata bene accolta perché implica l’abbandono di spazi famigliari, il cambiamento di abitudini e riferimenti.
Le azioni da mettere in campo che la rilevazione ha fatto emergere sono:
maggiore assistenza domiciliare: i familiari richiedono più ore di assistenza domiciliare sia per questioni economiche, sia per garantire la continuità di persone che si approcciano all’anziano. La necessità è rilevata anche dai medici e dalle assistenti sociali che riconoscono la fatica della famiglia che, nella maggior parte dei casi, deve ristrutturarsi per assistere l’anziano non autosufficiente.
più tempestività per avere gli ausili: rendere più agevoli le procedura di richiesta delle attrezzature e strumenti di supporto all’anziano, anche migliorando la programmazione delle richieste.
maggiore interessamento dei medici per avere riferimenti nel territorio: è importante che la figura a cui i familiari fanno più affidamento sia informata delle risorse presenti sul territorio e possa darne indicazione.
maggiori detrazioni fiscali: finalizzate sia a regolarizzare l’assistenza privata all’anziano che a favorire le ristrutturazioni dell’ambiente di vita dello stesso.
rete di aiuti alle famiglie coordinata da un referente, che potrebbe essere l’assistente sociale, con la presenza di un geriatra consulente: è importante che la famiglia possa trovare nel medico di base o nell’assistente sociale un riferimento strutturato, sede di informazioni sia sanitarie che socio - assistenziali. Nell’equipe non può mancare un geriatra che supporti l’analisi del caso e le associazioni di volontariato presenti nel territorio.
Le osservazioni
dei testimoni del territorio: medici e assistenti sociali
1) La stima degli anziani non autossuficienti che vive nel comune
La tabella n. 2 riassume la stima dei
pazienti non autosufficienti che vive in famiglia per ciascun paese considerato
nella ricerca, secondo le dichiarazioni dei medici di base e dell’assistenti
sociali.
| medici di base | assistenti sociali | |
| Cenate Sotto | 2 | n.d |
| Chiuduno | 18-20 | segnalati 20 |
| Gorle | 44 | segnalati 10 |
| Martinengo | 28 | non è a conoscenza del numero 4000 ore annue di assistenza |
| Pontirolo | 3 | 29 |
| Pradalunga | 30 | 20-30 come SAD |
| Alta valle Brembana | 16-17 | non sa |
Come si può notare dalla tabella seguente, i dati rilevati dalla assistenti sociali, quando possibile, corrispondono a quelli dichiarati dalla rilevazione Asl (vedi tabella).
| Comune | n° anziani SAD nel 1999 | ore servizio annue | ore per persona settimanali |
| Gorle | 18 | 2.962 | 3,2 |
| Chiuduno | 20 | 3.224 | 3,1 |
| Cenate (Val Cavallina) | 158 | 31.037 | 3,8 |
| Pradalunga | 22 | 260 | 2,4 |
| San Giovanni Bianco | 22 | 4.818 | 4,2 |
| Pontirolo | n.d. | n.d. | n.d. |
| Martinengo | 19 | 3.493 | 3,5 |
2)
Chi assiste gli anziani non autosufficienti a casa?
Secondo i medici, nel maggior numero di casi
l’assistenza è svolta dai familiari, che sono al primo posto sia come quantità
che qualità dall’assistenza. Al secondo posto troviamo l’assistenza
affidata a personale inviato dai comuni, il Sad; al terzo posto l’assistenza a
pagamento, spesso svolta da persone extracomunitarie che sono conviventi con gli
anziani o personale locale.
Solo tre medici hanno citato l’intervento dell’Asl e due il supporto del
volontariato.
| Assistenza | Medici | Assistenti sociali | Familiari |
| familiari | 11 | 3 | 2 |
| comune - sad | 8 | 3 | 2 |
| privati | 7 | 4 | 1 |
| ASL | 3 | 0 | 0 |
| volontariato | 2 | 1 | 1 |
| assistenti sociali | 1 | 0 | 0 |
Secondo
le Assistenti sociali, le famiglie che si rivolgono al comune sono:
- Gorle 10 famiglie
- Chiuduno il comune eroga 2008 ore annue
- Martinengo lo scorso anno 25 persone,
l’intervento del comune non esaurisce il bisogno di assistenza
- Pradalunga 20 persone
- Pontirolo 29 famiglie
Per le assistenti sociali chi assiste gli anziani non autosufficienti sono
prevalentemente i familiari e il Comune con il servizio Sad che non sempre eroga
interventi gratuiti.
Seguono i collaboratori famigliari assunti privatamente, i vicini che sono una
voce importante solo in alta valle Brembana.
3)
Chi tiene prevalentemente i contatti con il medico?
Tengono i contatti col medico in genere i familiari, in alcuni casi i pazienti
stessi, seguono le assistente del SAD.
4)
Una famiglia quante volte al mese la chiama
mediamente?
Di solito non chiamano il medico perché il medico a seconda delle necessità
programma visite ogni 15 giorni, ogni settimana o anche più frequentemente.
Inoltre spesso usufruiscono dell’assistenza domiciliare.
5)
Quali sono i bisogni più
diffusi degli anziani non autosufficienti?
Secondo i medici di base i bisogni più diffusi nei pazienti sono di assistenza
nella conduzione della casa, nella preparazione dei pasti e
nell’alimentazione, nella cura della persona, hanno necessità di terapie
mobilizzanti, di terapie del sollievo del dolore ( malati oncologici), di
sentirsi curati, ascoltati, di sentirsi ancora partecipi del tessuto sociale, di
avere qualcuno che tiene i contatti con il distretto per usufruire delle
prestazioni e delle cure specialistiche.
Secondo le assistenti sociali, i bisogni più diffusi dei pazienti sono:
compagnia, aiuto nell’igiene personale, nel governo casa, supporto
psicologico, contatti con il medico.
A Chiuduno secondo l’assistente sociale il bisogno è di una persona fissa
vicino all’anziano ma possibilmente gratuita, in quanto non c’è la mentalità
di dover pagare per avere assistenza.
I bisogni dell’anziano non autosufficiente:
| bisogni anziani | medici | assistenti sociali | familiari |
| cura della persona | 3 | 4 | 2 |
| conduzione della casa | 1 | 4 | 1 |
| ascolto | 2 | 1 | 0 |
| preparazione e somministrazione pasti | 1 | 2 | 0 |
| controlli medici | 1 | 0 | 0 |
| trasporti | 0 | 1 | 0 |
| supporto psicologico | 0 | 1 | 1 |
| assistenza fissa senza pagare | 1 | 2 | 0 |
| no richieste, costi troppo alti | 0 | 0 | 1 |
6)
Quali sono le patologie più diffuse negli anziani non autosufficienti?
Le malattie di cui soffrono sono: esiti di Ictus, malattie cardiovascolari,
demenza, Alzheimer, complicanze del diabete, bronchiti croniche, malattie
osteoarticolari. Per un medico non è possibile la gestione in casa di malati
che sono colpiti dal morbo di Alzheimer.
7)
Quali sono i bisogni più diffusi dei familiari?
I familiari hanno per lo più bisogno di: avere aiuto nell’assistenza, avere
aiuti finanziari, avere tramite l’ASL, su richiesta del medico di base
strumenti e supporti, avere maggiore libertà, avere informazioni
igieniche e alimentari, e avere un riferimento valido perché stanno nascendo
delle nuove figure professionali che possono essere di aiuto in casa al malato
non autosufficiente quali l’infermiere, lo psicologo, lo psicologo, il
fisiatra, ecc.
| bisogni familiari | medici | assistenti sociali | familiari |
| aiuto assistenza | 6 | 2 | 2 |
| aiuti economici | 2 | 2 | 01 |
| più libertà | 2 | 0 | 0 |
| avere dei riferimenti | 1 | 1 | 0 |
| aiuto infermieristico | 2 | 1 | 0 |
8)
In genere le abitazioni sono adeguate alla presenza di anziani non
autosufficienti? Se no, chi indirizza la famiglia per avere indicazioni e ausili
adatti?
In generale le abitazioni non sono adeguate alla presenza di anziani non
autosufficienti. Spesso essi abitano in case vecchie, al secondo o terzo piano
senza ascensore, per cui sono costretti a vivere perennemente chiusi in stanze
che oltretutto non sono in condizioni di poter contenere le attrezzature di cui
tali malati hanno spesso bisogno. Alcuni comuni hanno costruito appartamenti
idonei che però non sono stati accolti con grande entusiasmo perché gli
interessati sono a volte restii a lasciare le proprie case in cui hanno vissuto
per anni, anche se scomode. Si potrebbe suggerire agli enti pubblici che hanno
in carico l’assistenza e la sanità, di elargire quote che possono servire
alle famiglie in difficoltà per ristrutturare ambienti utilizzati da un malato
non autosufficiente.
9)
Secondo lei a chi le famiglie possono
rivolgersi per risolvere i piccoli problemi quotidiani di adeguamento
dell’ambiente in cui vive l’anziano, per sfruttare le sue capacità residue
?
Risulta che le famiglie in cui ci sono casi di anziani non autosufficienti si
devono trovare ad affrontare situazioni veramente angoscianti perché avrebbero
bisogno di maggiore supporto sia specialistico sia assistenziale. Quasi tutti
chiedono maggiori ore di assistenza da parte del personale del comune o delle
ASL; più tempestività nell’attrezzare la famiglia di tutti quei supporti
necessari; più interessamento da parte dei medici per ciò che riguarda la
conoscenza di tutto ciò che può esistere sul territorio in simili casi. Se il
medico si fa tramite, la famiglia ha meno pudori nel chiedere ed è oltretutto
al corrente della disponibilità che il territorio offre sia come struttura
pubblica che come volontariato.
10)
Quali organizzazioni
volontarie e no offrono servizi agli anziani sul suo territorio?
Il volontariato non è molto organizzato e comunque non sopperisce alle reali
necessità che esistono dove vi sono persone che hanno bisogno di assistenza 24
ore su 24.
11)
Secondo
la sua esperienza, da quale età mediamente non si è più autosufficienti? C’è
stato un cambiamento negli ultimi anni?
L’età in cui un anziano ha bisogno di assistenza inizia per la maggior parte
dai 75-80 anni. Non sono rari i casi in cui però alcune malattie rendono non
autosufficienti persone anche più giovani (malattie cardiovascolari, gravi
artrosi, diabete, malattie mentali).
12)
Quanto la condizione economica influenza la qualità e la tipologia di
assistenza che ricevono gli anziani? Mi faccia qualche esempio.
“Si auspicano detrazioni fiscali per queste famiglie anche perché con certi
malati in casa ci sono continue spese per soddisfare i loro bisogni. Le famiglie
con maggiore disponibilità economica si prendono una persona fissa e se la
pagano privatamente. Di solito ci si rivolge a cittadini extracomunitari che
risolvono in questo modo problemi di alloggio e sostentamento. Resta comunque
difficile per un famigliare, diciamo uno perché di solito c’è sempre una
sola persona che si fa carico della situazione, far fronte a una situazione di
continua emergenza 24 ore su 24. Anche dove ci sono molti figli o diversi altri
famigliari, non è facile trovare un’organizzazione che veda tutti concordi e
efficienti ed è ancor più difficile trovare chi è disposto a spendere per la
qualità della vita del malato in questione.”
13)
Ritiene interessante un ipotesi che prevede la figura del geriatra di base a cui
fare riferimento nei casi di non autosufficienti in casa?
Per poter rendere un servizio completo alle famiglie colpite da un disagio del
genere ci dovrebbe essere una rete di aiuti ben organizzata, coordinata magari
da un geriatra, identificato dalla maggior parte dei medici solo come un
consulente, in modo da dare al malato e alla famiglia più sicurezza e più
serenità.
Intervista specifica alle assistenti sociali
Il comune agli anziani offre i seguenti servizi:
Chiuduno: trasporto, assistenza in
collaborazione con la ACS- SAD-
pasti a domicilio. L’informazione avviene attraverso un giornalino.
Gorle: servizio pasti a domicilio-
trasporto per i prelievi.
Martinengo: SAD (4000 ore annue).
Le famiglie preferiscono gestire le situazioni con aiuti privati perché meglio
gestibili.
Pradalunga: servizio pasti, ora a 7500 L. per tutti. SAD, costo da 0 a
8000 L. l’ora.
Pontirolo: telesoccorso, CRI, SAD,
Auser
Alta valle Brembana: c’è una cooperativa che consorzia una ventina di
comuni che offre assistenza a domicilio. Non è gratuita.
Riassumendo: tutti i comuni offrono il servizio SAD, l’ADI è attivo a
Chiuduno e in Alta val Brembana; il trasporto è offerto a Gorle, Martinengo e
Pradalunga, e il servizio pasti a Gorle e Pradalunga.
Martinengo ha realizzato dei mini-alloggi, Gorle ha un servizio informativo.
Infine Martinengo e Pradalunga hanno il servizio di telesoccorso.
I servizi più usati sono:
Chiuduno:
SAD, servizio pasti (il costo dei pasti dipende dal reddito)
Gorle: SAD, servizio pasti
Martinengo: servizio trasporti,
il comune ha costruito 30 minialloggi
ma 15 di questi sono ancora vuoti per mancanza di domande
Pradalunga: servizio pasti e SAD
Pontirolo: telesoccorso e CRI
Alta Valle Brembana: qualche
richiesta di SAD
Strumenti di monitoraggio utilizzati dai comuni sono per
lo più delle forme indirette:
Chiuduno: utilizza AUSER
Gorle: ogni quindici giorni fanno delle verifiche per il coordinamento
del SAD.
Martinengo: non hanno mezzi di informazione. Le richieste pervengono
direttamente dai singoli cittadini, da segnalazioni dei medici di base, dall’ASL.
Pontirolo: volantini e notiziario
Pradalunga: nessuno
Alta Valle Brembana: medici di Base, l’ospedale del distretto quando i
pazienti vengono dimessi allerta il distretto che organizza una dimissione
protetta
Si occupano di coordinare i volontari e i diversi servizi:
Chiuduno: Auser
Gorle: il comune
Martinengo: c’è l’Unitalsi, la Caritas, la S Vincenzo , ma nessuna
di queste organizzazioni ha un ruolo decisivo nel coordinamento.
Pontirolo: l’assessore ai servizi sociali
Pradalunga: ASA coordina due associazioni “Il volto" e la San
Vincenzo
Alta valle Brembana: la psicologa e l’assistente sociale coordinano un
gruppo di volontari che erano stati formati precedentemente. Ora è stato
organizzato un nuovo corso di formazione, ma non sembra abbia riscosso molto
successo. Il distretto organizza ricoveri temporanei di sollievo per i
familiari.
I comuni coinvolti nella rilevazione
| Distretto | comune | popolazione 31/12/1999 | n° anziani SAD nel 1999 |
| 1 | Gorle | 4.979 | 18 |
| 4 | Chiuduno | 4.868 | 20 |
| 5 | Cenate (Val Cavallina) | n.d. | 158 |
| 8 | Pradalunga | 4.290 | 22 |
| 10 | San Giovanni Bianco | 4.947 | 22 |
| 13 | Pontirolo | n.d. | n.d. |
| 14 | Martinengo | 8.402 | 19 |
Traccia dell'intevista ai medici di medicina di base
La stima del n. anziani non auto-sufficienti che vive in famiglia in questo comune
Chi assiste gli anziani non auto-sufficienti in casa? Comune, famigliari, collaboratori privati …
Chi tiene prevalentemente i contatti con il medico?
Una famiglia quante volte al mese la chiama mediamente?
Quali sono i bisogni più diffusi dei pazienti?
Quali sono le patologie più diffuse negli anziani non autosufficienti?
Quali sono i bisogni più diffusi dei famigliari?
In genere le abitazioni sono adeguate alla presenza di anziani non autosufficienti? Se no, chi indirizza le famiglie per avere indicazioni e ausili adatti?
Secondo lei a chi le famiglie possono rivolgersi per risolvere i piccoli problemi quotidiani di adeguamento dell’ambiente in cui vive l’anziano, per sfruttare le sue capacità residue ?
Quali organizzazioni volontarie e no offrono servizi agli anziani sul suo territorio?
Secondo la sua esperienza, da quale età mediamente non si è più autosufficienti? C’è stato un cambiamento negli ultimi anni? Qual è il trend attuale?
Quanto la condizione economica influenza la qualità e la tipologia di assistenza che ricevono gli anziani? Mi faccia qualche esempio.
Ritiene interessante un’ipotesi che prevede la figura del geriatra di base a cui fare riferimento nei casi di non autosufficienti in casa?
Può indicarci qualche famiglia?
Traccia dell'intervista agli assistenti sociali dei comuni
La stima del n. anziani non auto sufficienti che vive in famiglia
Quante famiglie si rivolgono al comune? Quante sa che avrebbero la necessità, ma non lo fanno?
Chi assiste gli anziani non autosufficienti in casa? Comune, famigliari, collaboratori privati …
Quali servizi offre il suo comune agli anziani? Come sono pubblicizzati?
Quali di questi servizi sono più usati?
Quali strumenti di monitoraggio avete per i vostri servizi?
Chi si occupa di coordinare e collegare i volontari e gli altri servizi?
Quali sono i bisogni più diffusi dei pazienti?
Quali sono i bisogni più diffusi dei famigliari?
La abitazioni sono adeguate alla presenza di anziani non autosufficienti? Se no, chi indirizza le famiglie per avere indicazioni e ausili adatti?
Secondo lei a chi le famiglie possono rivolgersi per risolvere i piccoli problemi quotidiani di adeguamento dell’ambiente in cui vive l’anziano, per sfruttare le sue capacità residue ?
Quali organizzazioni volontarie e no offrono servizi agli anziani sul suo territorio?
Secondo la sua esperienza, da quale età mediamente non si è più autosufficienti? C’è stato un cambiamento negli ultimi anni?
Quanto la condizione economica influenza la qualità e la tipologia di assistenza che ricevono gli anziani?
Ritiene interessante l’ipotesi di un geriatra di base a cui fare riferimento nei casi di non autosufficienti in casa?
Può indicarci qualche famiglia?
Traccia dell'intervista ai famigliari
Anagrafica dell’anziano: quanti anni ha, dove è nato, che lavoro ha fatto
Componenti della famiglia dove vive
Patologie dell’anziano
A che età sono iniziati queste difficoltà? Come è stato lo sviluppo?
Quali cambiamenti ha provocato negli assetti famigliari e nell’organizzazione della vita famigliare?
Chi assiste prevalentemente l’anziano? Con quali tempi e quali rinunce?
Quali servizi e aiuti avete? Come li valutate?
Quali servizi suggerite? (bisogni)
Se non avete alcun aiuto, per quali ragioni?
A chi chiedete maggiormente informazioni circa le modifiche da apportare in casa ecc…
E chi vi è maggiormente di aiuto in questi casi?
Le interviste raccolte
Intervista al medico di Medicina Generale di Chiuduno 1
18-20 pazienti
famigliari, assistenti sociali, servizio ASL
famigliari
programma il medico (giorni alterni – 2) poi alcuni 1 sett. Altri 15 gg.
A Chiuduno sono stati fatti alloggi nuovi, ambienti idonei in cui le persone non autosufficienti possono recarsi con 1 o più famigliari (attualmente 4). Ambienti posizionati bene.
Cerebrovascolare – cardiologia - osteoartrosi
Quando non c’è la piena disponibilità sia di prestazione o economica. Assume l’extracomunitario che sta giorno e notte e bisogna pagarlo. I familiari dovrebbero essere più preparati o più disponibili. Alcuni fratelli potrebbero accettare di avere l’anziano per tre mesi a turno. Questo avvicendarsi è bene accolto dall’anziano se è fatto con serenità dando l’impressione di essere bene accetto.
Le abitazioni non sono male ma non sono adeguate del tutto. Per esempio nelle nuove strutture che hanno costruito non hanno tenuto conto di fare bagni grandi. I servizi sono stretti; fanno fatica a girare le carrozzelle. In famiglia alcune abitazioni sono idonee altre no.
E’ il medico che dà indicazioni. Assessore ai servizi sociali. Assistenti sociali, ma non hanno preparazione. Noi medici insistiamo su tanto cose, pulizie, medicazioni etc.
Auser, Unitalsi, volontari che si prestano autonomamente. Asl molto pronta per giungere a colmare la richiesta del medico. C’è una scheda Unitalsi che ha in dotazione già strumenti idonei nell’attesa che magari arrivino quelli della Asl (letti, carrozzelle, materassi etc.).
80. La vita si è allungata. Media 75-80 anni. Età più alta rispetto a vent’anni fa.
Tanto la condizione economica influenza la qualità e la tipologia. Per la stessa assistenza.
Non è una necessità se il medico di base è preparato. (corsi di aggiornamento). Andrebbe bene nella Asl come consulente. Aggiornamenti obbligatori nel campo degli anziani.
Intervista all'assistente sociale di Chiuduno
Assistiti dal comune 20.
Non tutti si rivolgono al Comune. A volte si rivolgono proprio quando non ce la fanno più. Il comune offre un servizio complessivo di 2008 ore annuali.
Comune, famigliari, privati a pagamento.
C’è un giornalino (SAD). Trasporto, assistenza in collaborazione con l’ASL. Pasti a domicilio.
SAD, assistenza domiciliare. I pasti per ora vengono pagati in base al redditometro.
Riunioni di coordinamento settimanali con le ausiliarie. I medici non si prestano molto per consigli.
AUSER
Persone fisse vicino a loro possibilmente gratuitamente. Non c’è la mentalità di pagare per poter avere assistenza.
Stessa cosa. Non vogliono spendere. Vogliono l’eredità, ma non vogliono spendere.
Ci sono le case comunali per anziani che sono ben attrezzate (quelle nuove). Quelle più vecchie non sono proprio adeguate.
Poche famiglie hanno partecipato al bando delle case comunali per anziani, abbiamo fatto fatica ad assegnarle tutte.
Auser, Movimento Anziani (gruppo del centro diurno anziani), San Vincenzo, Unitalsi.
La vita media è molto alta. Abbiamo assistiti di 99 anni. L’età dipende dalle malattie che hanno.
Il livello economico non è male, ma la gente non vuole spendere in questo senso. Non sempre l’assistenza migliora.
Si, perché non faccia solo il medico, ma sia da stimolo per gli altri medici, che coordini il servizio. I medici fanno il loro mestiere, ma non sono lungimiranti, arrivano all’ultimo momento a fare richieste, quando diventa difficile essere tempestivi.
Intervista al medico di Medicina Generale di Martinengo 1
25/28 compresi quelli degenti nei ricoveri
comune, familiari, collaboratori privati
familiari
ci sono visite già programmate a seconda dei malati. Assistenza domiciliare integrata. Oppure malati che vengono visitati settimanalmente o quindicinalmente. Patologie cardiovascolari, cerebrali, osteoartrosi, demenze senili
assistenza e libertà
sono adeguate. Il comune ha costruito mini alloggi per queste persone. In casa si arrangiano come possono.
Sempre al medico
C’è il volontariato ma non saprei in che misura
70 anni
chi può di più può assistere meglio ma lungo andare tre turni di infermieri al giorno sono una spesa troppo grosse
si ma i geriatri sono pochi per cui sarebbe meglio una consulenza.
Intervista al medico di Medicina Generale di Martinengo 2
tenuti in casa di riposo. Assistenza domiciliare. 7/8 in cura
familiari. Per uno il comune manda qualche ora. C’è molto volontariato
familiari
una volta al mese
assistenza. Ore in più. Per essere un po’ più liberi
alzeimer. Insufficienza renale ed un insieme di patologie e dell’apparato locomotorio
(vedi 5)
abbastanza
assistenza inerente alla parte sanitaria. Per il resto assistenti sociali
Asl. Non c’è l’Auser, o per lo meno non si conosce. C’è un centro diurno in paese, lì saranno più informati.
Si è alzata l’età. 75 / 80 anni
Dove c’è più benessere c’è più informazione. La gente è un po’ restia a chiedere, fanno resistenza. E’ il medico che deve informare. L’Asl non ha personale. Il comune fa quello che può. La gente non recepisce.
Il geriatra dovrebbe far parte di una equipe come consulente
Intervista al medico di Medicina Generale di Martinengo 3
10-11 in famiglia
assistiti quasi tutti dai famigliari o parziale assistenza del comune- La Asl manda su sollecitazione del medico delle infermiere. Ci sono alcune realtà che si rivolgono a privati a pagamento.
I famigliari. Io li vedo regolarmente
Ci vado regolarmente con un programma (assistenza famigliare programmata)
Bisogni nella conduzione familiare (spesa, ecc,…)
Patologie osteoarticolari. Diabete. Ipertensione. Forme cardiovascolari. Alzheimer. La gestione in casa dei malati che hanno Alzheimer è impossibile.
L’assistenza o pubblica o privata.
Certe cose si ottengono abbastanza brevemente (lettini, ecc,..). Ci sono però case specialmente quelle vecchie senza ascensori. Le strutture pubbliche devono essere attrezzate (abbattere barriere architettoniche), le private invece no. Ci dovrebbe essere una sovvenzione per chi vuole modificare la struttura in vista di una vita più agevole. Per alcune strutture è l’ospedale che indirizza.
Al Comune. Ci sono contributi regionali. Ci potrebbero essere delle detrazioni fiscali.
Può essere che ci sia un fondo regionale
70 anni
la condizione economica – chi può economicamente sta meglio perché si paga un’assistenza privata. La situazione più grave è quella di chi è solo, non sposato. Si rivolgono all’assistenza sociale per contributi per riscaldamento etc.
non so a che cosa possa servire. Un medico dovrebbe essere in grado di curare gli anziani. Io do anche la disponibilità. Sabato e domenica per la casa di riposo. Io ho studiato per fare il medico e per assistere le persone malate. Il medico deve trovare il tempo per curare bene anche gli anziani. Ci sono molte resistenze da parte delle famiglie, non conviene insistere.
Intervista al medico di medicina Generale di Martinengo 4
10 pazienti miei (8.200 abitanti). Attività programmata ed integrata
un po’ tutti: Asl, comune, familiari, volontariato. Hanno anche troppo in certe situazioni
familiari
dipende dalla gravità: da alcuni anche 2 volte alla settimana o anche tutti i giorni
è la burocrazia che rallenta un po’ tutte le cose, perché carenze non ce ne sarebbero. C’è collaborazione tra i vari enti ci sono le infermiere sia del comune che dell’Asl.
Cardiopatia, insufficienze renali gravi, diabete grave, arteriosclerosi, patologie cardiovascolari, diabete con complicazioni gravi (non frequente)
L’assistenza. Poter sapere che c’è qualcuno che dà una mano e un cambio.
Alcune si, altre un po’ meno. Se uno sta al quarto piano senza ascensore non può uscire ; il comune in alcuni casi ha cercato di cambiargli il piano (case popolari)
Ai servizi sociali. Io posso solo fare certificati in cui dichiaro che il malato non può essere in grado di abitare in alcune realtà. Comunque le richieste devono essere sempre fatte dai famigliari, il medico può completare con dichiarazioni, scritti o certificati
Organizzazioni di volontariato: le parrocchie fanno tanto Auser? Mai sentita. La Cri e l’Unitalsi. Il comune ha due macchine che trasportano coloro che hanno bisogno.
Dipende dalle malattie: ci sono non auto-sufficienti giovani. Se un individuo gode di buona salute in gioventù mediamente incomincia sul tardi ad accusare acciacchi vari (60 anni). Se uno è già di salute precaria inizia prima. Comunque ultimamente sono aumentati i casi e gli utenti bisognosi, la popolazione anziana è aumentata.
La possibilità economica influenza in modo positivo l’assistenza, che può si arrangia a risolvere i propri problemi e chi ha diritto di assistenza si fa sentire.
No, che ci sto a fare io? Non ha senso che ci sia. E noi che cosa siamo? I medici dell’età di mezzo? La specializzazione a tutti i costi appesantisce i costi in maniera considerevole. Noi lavoriamo soprattutto per le persone anziane.
Intervista all'assistente sociale di Martinengo
Non è stata fatta una stima, l’assistenza pubblica consiste in 4000 ore annue.
L’assistenza domiciliare lo scorso anno ha riguardato 25 persone. Accanto all’assistenza pubblica c’è quella privata, che è più comoda per orari, ecc..
Figli, nipoti, assistenti pagate dal privato. Gli enti di volontariato sono scarsi, le associazioni parrocchiali fanno visite di cortesia.
Servizio domiciliare (4000 ore annue), 25 unità (80 anni, sesso femminile in prevalenza). L’ASL segnala le situazioni. Le famiglie preferiscono gestire le situazioni con aiuti privati meglio gestibili.
Servizio trasporto, specialmente da quando l’ospedale è stato trasferito a Romano. Ci sono 15 mini-alloggi, già assegnati e 15 ancora vuoti per mancanza di domanda. I mini alloggi sono situati vicino alla casa di riposo. Servizio di telesoccorso, poco sfruttato.
Richieste fatte dai cittadini, dai medici, dall’ASL.
Non c’è volontariato organizzato che possa coordinare i servizi. C’è Unitalsi, la Caritas, la San Vincenzo che non hanno un ruolo decisivo.
Aiuto, riordino delle abitazioni, spese, contatti con il medico, pulizie personali, trasporto.
Assistenza.
Non abbiamo dati precisi. Alcune sono adeguate, altre no. Alcune modifiche richiedono spese elevate.
Piccoli interventi al privato. La struttura pubblica non mette a disposizione questo servizio. Servizio di soggiorno marino invernale. Non c’è stata risposta per ciò che riguarda il soggiorno estero o estivo.
Non esistono organizzati. L’Auser non ha un numero di iscritti sufficiente a soddisfare i bisogni.
75-80 anni. Gli uomini soli hanno più bisogno di aiuto.
Si. Chi ha maggior reddito può avere assistenza migliore in quanto si può permettere di pagare persone che offrono assistenza più ore.
No, se i medici condotti fossero più attenti e più sensibili. Il discorso delle visite regolari periodiche non è molto diffuso.
Intervista ai Medici di Base dell'Alta Valle Brembana 1-2
(a)
10 i pazienti che vivono in famiglia su circa 1200 suoi mutuati-
totale abitanti del comprensori 1800
(b) 6-7
pazienti di cui 3 con assistenza domiciliare che segue lui perché in
situazione critica, in cui il medico va periodicamente a controllare, su un
totale di circa 1600 abitanti che sono compresi nel territori di Carona,
Valleve, Trabucchello e Fondra,il numero degli abitanti sta continuando a
diminuire perché i giovani abbandonano la zona.
(a)
In genere i familiari, a pagamento viene inviato personale dal consorzio del
distretto; 2 anziani assistiti da personale extracomunitario fisso- il
problema è il sabato e la domenica quando il personale non c’è e allora
devono intervenire i figli o i parenti.
(b) Mi sembra che i comuni non diano
assistenza , non credo che questi comuni abbiano aderito. In questi paesi
non c’è disintegrazione del nucleo famigliare, per cui quando c’è un
malato grave o un non autosufficiente in casa si attiva la rete famigliare e
del vicinato. Credo che questo sia uno dei pochi privilegi rimasti. Quando
questo non è sufficiente allora si fa ricorso a figure di signore
extracomunitarie che integrano l’assistenza famigliare a questi ammalati.
Tre sono presenti sul territorio anche se una è andata via perché la
persona che assisteva è ricoverata al Don Palla. Queste persone hanno una
buona integrazione.
(a) I familiari o i malati stessi . Sono sul territorio di Branzi
da 35 anni per cui i pazienti mi conoscono personalmente.
(b) I familiari stessi
o i malati , se ci sono dei problemi mi chiamano col cellulare e sono
disponibile anche nei giorni festivi, sanno che mi possono chiamare.
(a)
Settimanalmente o ogni 15 giorni. Ho dei giorni fissi per ciascuno e i
pazienti ci tengono che vada a visitarli
(b) Quelli che necessitano di assistenza
sanno che passo periodicamente, settimanalmente, e se poi ci sono delle
necessità mi contattano direttamente.
(a)
Ascoltarli e visitarli. Per molti tenere i contatti col distretto perché i
figli a loro volta sono già anziani.
(b) Hanno bisogni primari di assistenza:
nell’alimentazione, nell’igiene personale, e poi nell’assistenza del
sentirsi ancora partecipi del tessuto sociale, dei vicini; la funzione di
compagnia non è assolutamente
secondaria, la conservazione della capacità di comunicazione è
fondamentale. Sono spesso i familiari e i vicini che rispondono a questi
bisogni, altre volte però queste situazioni mettono a nudo dei contrasti
familiari, infatti quando arriva improvvisamente un ammalato grave, le
famiglie in cui ci sono già dei contrasti, dovendo organizzarsi per gestire
la situazione, e si assiste generalmente a una esplosione del contrasto, a
una sottolineatura e si crea una grande tensione tra i familiari che
ovviamente va a scapito del ammalato. Inoltre molto spesso il parente non è
preparato a gestire e ad affrontare queste situazioni che spesso sconvolgono
le famiglie, poichè si devono sconvolgere le proprie abitudini e i ritmi
lavorativi.
(a) Le cause più frequenti sono :ictus, parkinson, demenza e
Alzheimer
(b) Ictus, malattie cardiovascolari,
demenza e le gravi forme osteoarticolari. La demenza sconvolge lentamente le
famiglie e gli esiti di ictus
(a)
Nulla di particolare. Nella fase di organizzazione iniziale gli strumenti
che i pazienti hanno tramite la Asl, l’infermiere che per le ulcere quando
si formano. Il problema è che per tutto il distretto ce n’è una sola.
(b) I bisogni più frequenti sono di
avere dei riferimenti nel medico e forse adesso anche della figura dello
psicologo. Stanno nascendo ora altre figure professionali che assistono il
malato a domicilio, i familiari essendo digiuni di informazioni in questo
senso devono essere indirizzati per cui la necessità dal medico ,
dall’infermiera e anche dello
psicologo anche se lo psicologo in queste zone è un intervento difficile,
al quale è bene educare, ma c’è spesso ostilità sia da parete dei
pazienti che dei familiari.
(a)
Non ci sono problemi perché quando il paziente ritorna a casa
dall’ospedale tutto viene organizzato rapidamente. Interviene il personale
della ASL di Zogno e di Bergamo.
(b) Spesso le abitazioni non sono adatte
per pazienti non autosufficienti e in particolare non sono adatte le case
delle persone più anziane che frequentemente hanno scale molto strette ,o,
se vivono in appartamenti, sono piccoli per cui è difficile introdurre
apparecchi come il sollevatore o dei letti particolari; altre volte sono
belle abitazioni. Dovrebbe essere il medico che dà indicazioni, ma molti
medici non hanno questo tipo di esperienza, comunque il distretto di Piazza
Brembana è ben gestito per cui quando inoltriamo delle richieste di ausili
nel giro di poco tempo riusciamo ad ottenerli. Anche l’ospedale al momento
della dimissione fa presente quali sono i bisogni e fa la prescrizione agli
ausiliari che si rendono conto dei bisogni e se ci sono necessità di
ausilio avviano le pratiche burocratiche per ottenerli. E’ un po’
indaginoso il metodo per averli però viene eseguito in tempi abbastanza
rapidi. Si potrebbe sveltire l’iter burocratico per facilitare anche il
familiare.
(a)
Il fisioterapista
(b) Questo è un problema geriatrico.
E’ il geriatra che indica come comportarsi rispetto al gas, agli oggetti,
evitare i colori molto aggressivi e forti, non cambiare la disposizione
della casa ecc, anche il medico di famiglia perché anche i medici di
famiglia sono geriatri ormai, l’assistenza predominante è sull’anziano,
anche le infermiere se sono esperte possono dare dei consigli utili.
(a)
Su questo territorio non ce ne sono. E’ necessario che ci sia una
organizzazione centrale che coordina gli interventi ,altrimenti le cose non
funzionano.
(b) Nella nostra zona non ci sono
organizzazioni volontarie strutturate ma è vivo questo senso della comunità,
il parente e il vicinato ,anche se non è la regola, spesso si prestano in
modo sostanzioso .
(a)
I diabetici diventano non autosufficienti prima tra i 60 e i70 anni, gli
altri, ora, a partire dai 75 anni mentre prima a circa 70 anni. Le donne
rimangono autosufficienti più a lungo anche fino a 90 anni.
(b) E’ difficile stabilire un’età
media , dipende dalle malattie che una persona ha , ci sono pazienti di 50
anni compromessi e altri che a 94 anni sono assolutamente lucida, dipende
dalle malattie dallo stile di vita che si è mantenuto per anni ,dalla
familiarità, C’è stato un cambiamento sicuramente positivo negli ultimi
anni sia perché c’è stato un miglioramento della medicina inteso come
farmaci a disposizione, sia come sensibilità a questi problemi . anche
l’innalzamento dell’età media che hanno permesso questi farmaci ,la non
autosufficienza viene sicuramente posticipata.
Le malattie acute come ictus, neoplasie, infarto massivo, limitano
l’autosufficienza.
(a)
In genere se hanno la pensione e l’assegno di accompagnamento riescono a
rimanere a casa. Quando però non hanno familiari che li assistono, non
possono rimanere a casa
(b) casi di povertà tale da non
garantire una assistenza adeguata non mi vengono in mente, anche se c’è
qualcuno che è andato al
ricovero perché non aveva possibilità di restare in casa , i comuni hanno
dei fondi per coloro che non hanno risorse sufficienti .Questa è una zona
di relativo benessere , non ci sono persone in condizioni difficili se non
una persona che sarebbe in condizioni da essere ricoverata .
(a)
I geriatri sono troppo pochi e le esperienze che ho avuto sono negative.
E’ importante che il medico sia fisso in un paese come era una vota il
medico di famiglia –questo almeno per i nostri paesi. Gli anziani sentono
molti il bisogno di una presenza costante , per esempio andarli a visitare
settimanalmente.
(b) il medico di medicina generale è
anche geriatra e insieme ad altre figure professionali come l’infermiera,
l’ausiliaria e le visite specialistiche a domicilio, che dovrebbero
diventare fattibili, può garantire una buona assistenza; i l medico di
famiglia ha una buona
esperienza geriatrica per cui il medico geriatra mi sembra eccessivo .
Intervista all'assistente sociale dell'Alta Valle Brembana
Domanda 1 e 2 non aveva i dati , poi non li ha trovati.
Il comune. i comuni che fanno parte dell’alta valle si sono consorziati e fanno capo all’assistente sociale che lavora due giorni la settimana, e gestisce i servizi di assistenza domiciliare, e passa tutto attraverso il comune. L’anziano in questa zona è seguito molto in casa, ci sono 7 ausiliarie che coprono l’assistenza domiciliare, la maggior parte è seguita dai familiari.Ci sono anche persone che lo fanno privatamente, ora ci sono alcune extra comunitarie. E’ molto importante anche il rapporto di vicinato e il volontariato, che è molto sentito anche se non è formalizzato. Abbiamo organizzato un corso per assistenza domiciliare per i volontari per tutta l’alta valle, ma nonostante la necessità ci sono state pochi partecipanti (6 persone al primo incontro) .
Il comune offre l’assistenza a domicilio attraverso una cooperativa, non hanno aderito Branzi, Valleve, e PiazzaTorre su 20 comuni. Di strutturato non c’è altro, se si esclude qualche progetto che nasce ad hoc su un singolo caso.
l’assistenza a domicilio ha qualche richiesta. é una competenza comunale.
ADI
(assistenza domiciliare integrata ) dall’ASL, attivata dal medico di base,
ci sono diversi operatori :dall’infermiere, alla fisioterapista allo
psicologo, il geriatra, l’assistente sociale, il fisiatra.
Poi c’è il SAD, dove il bisogno è assistenziale :cura della persona,
igiene personale, dell’ambiente.
La richiesta in questo caso è rivolta al comune da una persona vicina alla
persona con necessità, che manda la richiesta all’assistente sociale che
dopo una visita a domicilio valuta le esigenze.
E’ attraverso il medico che arrivano le comunicazioni, e poi ci sono dei
volantini che sono distribuiti ai comuni. Tra il distretto e l’ospedale di
S Giovanni Bianco c’è un protocollo d’intesa per cui prima che un
anziano non autosufficiente
venga dimesso l’ospedale invia un fax al distretto che organizza una
dimissione protetta cioè dopo aver sentito i parenti si attivano tutte le
possibili richieste. Il distretto funge da filtro e si attiva su richiesta
del medico.
Stiamo facendo il corso per i volontari e poi c’è la psicologa e l’assistente sociale che hanno coordinato i volontari raccolti tramite un corso precedente, la difficoltà è poi di mantenere il gruppo, perché è gente che lavora e proviene da tutta la vallata. Si era costituito un gruppo di una decina di persone che venivano coordinate e indirizzate dalla psicologa in base alle necessità segnalate e alle caratteristiche dei volontari stessi. Il gruppo pian piano si è sciolto anche perché poco sentito il bisogno del gruppo stesso. Ora proviamo con il corso a ricostituire un nuovo gruppo.Non c’è un unico ente per cui non si coordina nulla , mancano servizi formalizzati. Come distretto facciamo dei ricoveri temporanei, di sollievo, di convalescenza; c’è una convenzione dell’ASL con un servizio centrale ,che si trova ad Albino che programma questi ricoveri dove l’assistente sociale fa la valutazione dei casi. Ci sono diversi posti convenzionati , ora hanno aperto Axolo e da luglio c’è stata un’alta richiesta, fino ad ora una trentina di persone ne hanno usufruito soprattutto in luglio e agosto. Ora la possibilità di ingresso richiede qualche mese di attesa, per cui si deve programmare prima, comunque non vengono evase in ordine temporale di presentazione, si valutano le singole situazioni.
Un aiuto nella vita quotidiana che in parte è soddisfatto dal SAD, che è solo un supporto.
di essere supervisionato dal medico o dall’infermiera, è un supporto , non si sostituisce alla famiglia.
le abitazioni spesso sono inidonee ai bisogni perché sono case vecchie con scale, senza riscaldamento, con porte strette. Ci sono ausili fatti su misura in base all’ambiente in cui vive l’anziano. E’ il fisiatra che fa le prescrizioni in cui servono ausili particolari su richiesta del medico di base.
L’ottica del distretto è quella di potenziare le capacità residue
Forse ci sono a livello parrocchiale. Se viene qualcuno che ha bisogno di qualche cosa consigliamo di rivolgersi al medico o al parroco. Ci sono anche alcune persone a livello personale .
Sicuramente un cambiamento c’è stato infatti la distinzione è tra anziani e grandi anziani. Età media è molto alta, anche se erano presenti anche prima e molti sono attivi fino agli ultimi anni di vita.
La gente della valle economicamente in genere sta bene tuttavia è difficile far passare l’importanza della qualità della vita, perchè non è abituata a spendere. Questo vale sia per gli anziani che per i figli di queste persone. Ad esempio il costo del Sad e di 16000 £ all’ora, è personale qualificato, ma non sono disposti a spendere.
Come ADI c’ è il geriatra che viene attivato ma dietro richiesta del medico di base. E’ utile la sua presenza ad es per curare le piaghe perché ha una conoscenza specifica
Intervista ai famigliari di un'anziana di Valleve
Si tratta di una signora di 82 anni nata il15-8-1918. Professione casalinga e cura della stalla
Vive nella sua casa con una figlia e la nipote.
Ha iniziato a soffrire di esaurimenti nervosi, è stata in coma nel 1970 ora non cammina e necessita assistenza continua. Gli altri tre fratelli non l’aiutano perché la madre prende l’accompagnamento
La madre ha iniziato a soffrire di esaurimenti con la nascita dell’ultimo figlio 44 prima.Da 18 anni abita con la figlia.
Sono vedova da tanti anni e ora la mia vita è qui, per qualsiasi cosa devo dipendere dalle mie figlie. Prima andavo a lavorare ma dovevo seguire sia la mamma che un altro fratello con problemi psichici, da due anni la mamma non cammina più, nell’ultimo anno si è lasciata andare
Ultimamente viene una signora ad aiutarmi per 10’ quando devo alzarla dal letto e verso l’una per metterla a letto. Avevo chiesto in comune per il servizio Sad ma dovevamo pagarla noi a 16000& l’ora e il resto la regione, d’altra parte la pensione di mio padre è di 350000 lire.Quando ho bisogno ci sono le figlie per spese ecc,
Non abbiamo nessun aiuto, Fino a 5 anni fa era seguita del centro di igiene mentale di Zogno. Ho il materasso ad aria , la carrozzina , ma è difficile sollevarle e d’altra parte in questa stanza, dove ora vive e dorme perché le camere da letto sono al piano superiore e ci sono le scale , il sollevatore non ci sta. Con i fratelli e la sorella ha litigato.
Non ha richieste. La sanità fa schifo. Non saprebbe nemmeno cosa fare anche qualora avesse qualcuno che la sostituisce perché a Valleve non c’è niente e lei non guida.
Non ha un aiuto perché i costi sono troppo alti
Il problema di questa casa sono le scale e io non posso portarla di sopra per cui tutto da due anni si svolge qui.
Le mie figlie e il medico di base.
Intervista al medico di base di cenate Sotto 1
Due pazienti
Familiari e collaboratori privati- Comunità montana.
Familiari e comunità montana.
Due o tre volte
Cura della persona e terapie mobilizzanti
Neurologiche e cardiovascolari
Assistenza tecnico- sanitaria e finanziaria
Le case sono scarsamente adeguate. Le indicazioni le dà il medico di base
ASL
Comunità montana
Età molto variabile, non è possibile stabilire un’età media su pochi numeri
Molto
No
Intervista al medico di base di Pradalunga 1
Dieci non autosufficienti totali, quattordici non autosufficienti parziali
Familiari, comune per gli allettati.
Familiari e le addette al Sad
Non chiamano in quanto il medico fa visita con scadenza settimanale.
Controllo del dolore (soprattutto gli oncologici), alimentazione, supporto psicologico (per paziente e famigliari).
Cardiovascolari, ictus, tumori.
Informazioni igieniche ed alimentari, sicurezza, i bisogni aumentano in presenza di demenze.
Non sono adeguate. Le famiglie si adattano arrangiandosi. Si rivolgono al distretto sanitario per ausili.
All’assessore dei servizi sociali e al servizio sad.
“Il Volto “ di Cornale, associazione che ha un rimborso spese dal Comune.
80-84 anni, chi supera gli 85 va avanti bene.
Chi ha più soldi sta meglio, ma in genere tutti hano, considerato la rete sociale del paese. I ricchi ottengono prima.
Da un punto di vista tecnico sì, comunque basta il Medico di base. Tante figure disturbano l’anziano.
Intervista al medico di base di Pradalunga 2
20
Familiari, Comune, collaboratori privati.
50% famiglia, 50% sad.
Di solito non chiamano perché esiste l’assistenza programmata con scadenza mensile, quindicinale o settimanale in base alle necessità.
Di essere curati e di sollievo dal dolore.
Vascolari, cardiache, artrosi, demenze.
La soluzione di problemi legati ai sussidi adatti ad alleviare la non-autosufficienza.
Le abitazioni non sono adeguate, gli anziani non sono abbandonati.
(non risponde)
Due associazioni: il Volto e la San Vincenzo.
Attualmente dagli 80 anni.
Non influisce molto.
Ipotesi bocciata: non voglio che succeda come con il pediatra di base. Il medico di medicina generale deve prendersi in carico la persona dalla nascita alla morte.
Intervista all'assistente sociale di Pradalunga
Non so. Come SAD c’è una rotazione annuale di 20-30 persone, variabile per morte e ricovero.
Venti famiglie all’anno. Non so quante ne avrebbero la necessità.
Famigliari, comune, collaboratori privati.
SAD, telesoccorso, pasti, trasporto. Sono pubblicizzati tramite un volantino.
Servizio pasti e SAD, costo da zero a otto mila lire all’ora. Il servizio dei pasti era gratis fino al ’97, con il regolamento si paga £ 7.500 per tutti.
Nessuno.
ASA coordina le due associazioni Il Volto e San Vincenzo.
Igiene personale e supporto psicologico.
Avere un riferimento per tutto. Per intenderci è significativa la frase in dialetto.
Il 30% delle abitazioni non sono adeguate.
La rete famigliare e sociale è molto intensa. Due organizzazioni volontarie Il Volto e la San Vincenzo.
A settanta anni. Sì un innalzamento.
Incide al 100%. Esempio il professor X malato di Alzheimer vive da solo assistito 24 ore da una cooperativa privata.
Si, attualmente faccio riferimento al medico di medicina generale.
Si.
Intervista ai famigliari di Pradalunga A
Età 80 anni- nato a Pradalunga- Ha lavorato 10 anni alla Pirelli e 5 anni da cameriera
Una figlia di 44 anni
Diabete, cardiopatie, ischemia, artrosi deformante, osteoporosi
A 26 anni. Invalidità civile di lavoro a 74 anni
Tutto- la figlia ha chiesto il part-time e segue la madre.
La figlia
SAD- il medico di M.G. (buoni). Volontari e amici
Più ore da parte del SAD
Rete di amici
Intervista ai famigliari di Pradalunga B
84 anni è nato a Pradalunga. A26 anni lavorava nelle Pietre Coti, poi alla Marelli. A 49 anni è stato riconosciuto invalido psichico
Vive con una sorella di 68 anni
Morbo di Parkinson
A tre anni è stato colpito dalla spagnola ,e poi è stato ricoverato in diversi istituti
poche, di natura è una persona molto buona.
La sorella e il SAD
SAD molto positivo
Assistente sociale.
Intervista assistente sociale Gorle
Dieci persone segnalate
Dieci famiglie si rivolgono al comune . Non risulta che ve ne siano altre
I familiari e il comune
Servizio pasti a domicilio- Su richiesta si accompagnano a fare i prelievi - SAD.
SAD e servizio pasti
Verifiche ogni 15 giorni per il coordinamento SAD
Comune
Compagnia. Igiene personale. Governo della casa
Supporto nella gestione del paziente
Sì sono adeguate
Parenti. Rete familiare allargata – Comune
--
Parecchio, chi è economicamente agiato non richiede alcun intervento
Esiste già presso l’ASL. E’ colui che verifica le condizioni per aver diritto ai sussidi.
No
Intervista al medico di base di Gorle 1
Su una popolazione di 5000 abitanti gli anziani sono 700, tra questi oltre 100 sono oltre gli 80 anni e 44 non sono autosufficienti
Familiari e collaboratori , in base al reddito
Familiari
Ogni 15 giorni
Controllo della pressione, controlli relativi alla patologia- richiesta di prestazioni mediche specialistiche.
Cardiopatie- demenza senile- broncopatie croniche- complicanze da diabete.
Aiuto nell’assistenza
In genere sono adeguate. Il medico dà indicazioni
Comune- ASL- Medico di base.
Pasti a domicilio- volontari- SAD
--
--
Sì, esiste già all’ASL
No
Intervista a Beppe Imberti Auser
In quali di questi comuni è presente l’Auser?
Gorle
- No
Pradalunga
- No
Cenate
sotto – No
Alta
Valle Brembana – San Giovanni Bianco
Chiuduno
– Si
Pontirolo
Nuovo – Si
Martinengo
– Si
A
San Giovanni Bianco si fa assistenza domiciliare perché il comune non si
impegna per niente. Negli altri comuni non perché non sarebbe nostro compito.
Quale tipo di intervento e proposte fate? Trasporto pasti; assistenza domiciliare di appoggio e compagnia (collaborazione); trasporto vari; apertura e chiusura cimiteri e piattaforme ecologiche, palestre e parchi; assistenza all’interno delle case di riposo.
Quante persone vengono coinvolte nelle attività? 450 persone iscritte e assicurate (hanno impegni periodici), fino a 700 altri volontari.
Quali rapporti con i comuni e i distretti? Con i comuni i rapporti in convenzione, con i distretti nulli.
Quali rapporti con i medici di base? Con i medici di base e con le assistenti sociali momenti di collaborazione saltuaria. Solo per fare il punto su alcune situazioni.
Spesso c’è la collaborazione con tutte le associazioni; non ci sono mai stati problemi di incomprensione.
Osservazioni in generale sull’offerta dei servizi per anziani in famiglia: l’auser non deve sostituirsi ai dipendenti del comune o dell’Asl. Può solo fare un servizio di aiuto o collaborazione col personale addetto. Si auspica un coordinamento sul territorio di tutte le associazione, compresi i centri diurni anziani.
Fonti utilizzate
Taccani
Patrizia, “Dentro la cura”, FrancoAngeli, 1994;
Tramma
Sergio, “Il processo di aiuto domiciliare”, Unicopli, 1991;
Istat,
“Rapporto annuale. La Situazione sociale del Pese nel 2000”, Roma,2000.
Irer,
“”Anziani: stato di salute e reti sociali”, Guerini e Associati, 2000.
Introduzione ai lavori del Convegno, a cura di Gianni Peracchi e Cecilia Bonomi
I
temi della qualità della vita, della cura e dell’assistenza delle persone
anziane, si sono molto sviluppati negli ultimi anni ed oggi hanno assunto
notevole rilevanza.
Il positivo innalzamento dell’età anagrafica e dell’invecchiamento,
l’aumento dell’incidenza degli anziani sulle rimanenti fasce di età della
popolazione, suggeriscono alla politica una nuova e più attenta riflessione
sulla portata di questi problemi.
Semplificando molto, si può dire che fino ad una quindicina di anni or sono i
termini con i quali li si affrontava - dopo il superamento di una lunghissima
fase in cui la struttura familiare e le condizioni economico e sociali
consentivano agli anziani di offrire e ricevere assistenza in casa (tale
situazione permane in modo ancora diffuso in larghe fasce del centro e del sud
del nostro Paese) - consistevano nella ricerca della istituzionalizzazione e del
ricovero dell’anziano in una struttura residenziale.
La stessa evoluzione delle case di riposo si caratterizzava, almeno in
Lombardia, certamente nella nostra provincia,
per un rilevante incremento di posti letto ed un alto livello di
sanitarizzazione.
Questo nonostante gli encomiabili sforzi di alcune strutture e di molti
operatori del settore di umanizzazione e di animazione delle Residenze sanitarie
assistenziali.
Ciò è stato anche dovuto all’aumento ed al riconoscimento delle patologie
cronico degenerative proprie della grande vecchiaia, legate appunto al fenomeno
dell’aumento dell’età di vita.
Generalmente anche i diversi livelli organizzativi della rappresentanza,
politici, associazionistici, sindacali si sono concentrati molto sui temi legati
ad una comoda ed economica permanenza degli anziani nelle strutture
residenziali.
Basti pensare ad alcuni di essi, interessanti sotto il profilo qualitativo,
quali la valutazione della qualità percepita nelle Residenze sanitarie
assistenziali, le carte dei servizi, le politiche delle rette e la vertenzialità
– almeno in Regione Lombardia - per la loro integrazione relativamente ai
costi sanitari.
Basti ancora guardare ai numeri della nostra provincia: 56 R.S.A.
“accreditate”, 70 p.l per Alzheimer. 2983 p.l. per n.a.t., 1580 pl. per
n.a.p, soltanto 5 centri diurni integrati, realizzati, peraltro, da poco tempo,
un livello medio di assistenza domiciliare e di assistenza domiciliare integrata
complessivamente basso, per capire come l’attenzione sia stata prevalentemente
e per molto tempo focalizzata sulle strutture adibite al ricovero.
A Bergamo città soltanto 400 anziani (in città e nell’hinterland, Isola
compresa, sono 53.000 le persone con più di 65 anni) risultano ricevere in
qualche modo aiuto presso la propria abitazione.
Da qualche tempo è però tornato alla
ribalta un altro punto di vista nell’affrontare i problemi legati alla qualità
della vita ed all’assistenza della popolazione anziana, rimasto per troppo
tempo latente e relegato, nello spirito dei provvedimenti normativi che hanno
attraversato gli ambiti socio assistenziali degli ultimi tempi, alla sola
declinazione sul piano teorico.
Ci riferiamo al tema della domiciliarità, della possibilità, DEL DIRITTO di
ricevere cura ed assistenza presso la propria abitazione o, comunque, presso il
proprio ambiente familiare.
Questo punto di vista nuovo è stato rafforzato dalle scelte operate dalla
recente legislazione nazionale in materia di assistenza ma anche da
considerazioni di carattere squisitamente economico.
I costi per mantenere in residenza un anziano sono, senza dubbio, maggiori di
quelli che si dovrebbero sostenere per assisterlo a casa.
In ambito socio assistenziale si ripropone un po’ il modello sanitario, in
particolare riferito all’onerosità delle spese ospedaliere rispetto a quelle
della medicina di base e del territorio.
E proprio come nell’ambito sanitario si sconta un limite culturale importante.
Duro da rimuovere.
Si pensa cioè che il ricovero sia risolutivo dei problemi dell’ammalato o
dell’anziano e della sua famiglia.
Spesso non è così!
Certamente non lo è per la persona anziana che abbia ancora margini di
autonomia e di consapevolezza.
Molti anziani, catapultati in ambienti sconosciuti, non familiari, in spazi che
non appartengono loro e che non conoscono, tendono a deperire molto più
facilmente e rapidamente.
Insomma, in moltissimi casi il ricovero è una risposta impropria ed inadeguata.
Tuttavia, specialmente per quanto riguarda le persone anziane, non esiste nel
nostro territorio una rete alternativa di servizi che promuova ed incentivi il
mantenimento a domicilio dell’assistito, sufficientemente sviluppata o,
quantomeno, organizzata.
Salvo qualche eccezione in alcuni distretti.
Inoltre la frammentazione e la diminuzione in termini numerici dei componenti i
nuclei familiari frappongono un ostacolo formidabile alla permanenza al proprio
domicilio delle persone anziane, bisognose di assistenza.
Ci riferiamo, ovviamente, ai casi in cui tale permanenza sia possibile, con
esclusione quindi di tutte quelle patologie “acute” o “gravi” non
assistibili in casa.
Come dicevamo, dunque, il tema della domiciliarità è tornato alla ribalta.
Diverse però sono le indicazioni concrete per muoversi in questa direzione date
dalle forze politiche, dai territori, dalle istituzioni.
Semplificando nuovamente si può dire che nel contesto attuale sono due i
modelli a confronto.
Diritto
individuale all'assistenza, rete di servizi, offerte molteplici diversificate
(voucher e buoni compresi), utilizzazione di funzioni di controllo e di
orientamento.
Questo primo modello consiste nel progettare
e realizzare una rete di servizi, partendo da quelli consolidatisi nei
territori, una pluralità di offerta, sulla base, naturalmente, delle diverse
esigenze della popolazione, di quella anziana in particolare, che permetta ai
soggetti più deboli di muoversi “agevolmente” in questa rete, trovando
sempre qualche aiuto, qualche risposta ai propri bisogni, qualche utile e
qualificato punto di riferimento.
Si è superata anche in questo caso una sorta di vecchia e logora visione
assistenzialistica e centralista con la valorizzazione in qualità di soggetti
attivi dell’individuo, con il suo bagaglio di problemi, e dei suoi familiari,
in un contesto fortemente decentrato, radicato nel territorio, dove trova
notevole valorizzazione il principio dell’auto-aiuto ma non per questo viene
meno la programmazione di servizi e l’erogazione di prestazioni.
Un sistema variegato, amico, soggetto ad analisi e controlli.
Un sistema basato su livelli
essenziali di assistenza su scala nazionale ma anche capace di cogliere le
differenze e le peculiarità dei singoli territori in modo da consentire le
risposte più giuste e mirate a bisogni che non sono sempre gli stessi.
Un sistema partecipato, alla cui gestione concorre una pluralità di soggetti
gestori, pubblici, privati, del terzo settore, ma la cui regia rimane sempre e
comunque in capo ad un soggetto che svolge una funzione pubblica, in particolare
l’ente locale, quello cioè più vicino al cittadino ed al pensionato.
In questo sistema, proprio di un modello di welfare moderno, innovativo,
partecipato e per certi versi anche più sostenibile economicamente – almeno
in ragione del rapporto costi-benefici – può trovare un forte sviluppo, con
importanti implicazioni di natura occupazionale e di integrazione plurietnica,
la cosiddetta economia (o mercato) sociale.
Sviluppo caratterizzato proprio sotto il profilo dell’assistenza nei paesi, a
domicilio, in abitazione.
E’ sufficiente guardare alla rete che già oggi funziona, organizzata ed efficiente - anche se in larga misura sommersa
- presente in quasi tutti i paesi della nostra provincia, dell’assistenza
domiciliare fornita prevalentemente da operatori stranieri.
Inoltre, data la sua complessità, questo sistema necessiterà in misura sempre
maggiore di figure o di luoghi di orientamento, di informazione, di segretariati
sociali, di sportelli che aiutino a trovare i soggetti più idonei ed adeguati a
rispondere alle proprie esigenze ed ai propri problemi.
La legge di riforma sull’assistenza, approvata alla fine del duemila, anche se
presenta dei limiti di natura economica di un certo rilievo, incardina in sé le
caratteristiche di questo modello.
Va anche detto, ad onor del vero, che la legislazione lombarda in materia di
integrazione socio sanitaria assistenziale e di disciplina dei servizi sociali
aveva anticipato nel corso degli anni ottanta - novanta alcuni di questi
principi.
In questi ambiti e con queste caratteristiche, i buoni socio assistenziali o i
voucher per l’acquisto di prestazioni possono diventare, così come accade in
altri paesi, una opportunità, tra le altre, di notevole sviluppo delle
politiche socio assistenziali, in particolare di quelle prevalentemente
incentrate sulla domiciliarità dell’assistito.
Possono anche assolvere ad una funzione di emersione del lavoro di cura spesso
effettuato “in nero”, ne abbiamo brevemente accennato prima, da una fascia
sempre più numerosa di cittadini/e extracomunitari.
Assegni
o voucher, devoluzione delle responsabilità e degli oneri a carico delle
famiglie e dei singoli individui
Il secondo modello, anticipato e sperimentato da qualche anno in regione
Lombardia, è quello della completa liberalizzazione del mercato sanitario e
sociale mediante l’assegnazione, nel secondo caso, di assegni di cura alle
famiglie che assistono i propri anziani in abitazione.
Oppure in ambito sanitario, mediante la “presunta libertà” di acquisto di
ogni genere di prestazioni presso le strutture pubbliche o private convenzionate
del sistema.
Non ci soffermeremo, per ovvie ragioni di tempo e di pertinenza con il tema del
convegno odierno, sui clamorosi limiti economici e qualitativi dimostrati dal
modello sanitario voluto dalla giunta Formigoni.
Ci limitiamo solamente a ricordare le critiche, di queste settimane, sul mancato
governo della spesa sanitaria e sul deficit provocato, in modo significativo,
dalle politiche della nostra giunta e di chi ha voluto seguirla
nell’organizzazione del sistema sanitario, avanzate dalla Corte dei Conti,
dalla Commissione Europea, dalla Banca d’Italia e a ribadire la denuncia della
pericolosità della previsione, contenuta nel recente piano socio sanitario
regionale, di estendere il modello di acquisto e vendita delle prestazioni al
settore socio assistenziale.
Questo sistema è tanto accattivante sotto il profilo della “comunicazione”
della “percezione” che ha determinato nella gente, quanto inefficace in
termini strutturali, non in grado di dare risposte adeguate sotto il profilo
sociale ed economico ai bisogni di assistenza della popolazione.
Per tornare più specificatamente agli ambiti socio assistenziali, in Lombardia
ne abbiamo un esempio concreto.
Il graduale depotenziamento dei servizi territoriali (vedi i tagli ai servizi
delle ASL e quelli ai finanziamenti – alla faccia del federalismo – ai
comuni, accompagnati da un aumento delle loro responsabilità e funzioni) e la
sostituzione di politiche attive con politiche di devoluzione delle
responsabilità e degli oneri connessi da parte della regione, compensati dalla
introduzione del buono socio assistenziale si sono, infatti, dimostrati
provvedimenti fallimentari.
Lo dimostrano i numeri: a partire dal mese di
aprile nel 2001, attraverso il reperimento di risorse dal sistema sanitario, a
Bergamo sono stati assegnati 708
assegni mensili a chi assisteva un anziano a casa che già percepisse
l’indennità di accompagnamento.
Il buono è stato erogato a chi aveva più di 75 anni ed in presenza di
determinate condizioni economiche, legate al reddito e non invece alla
situazione patrimoniale.
Il buono è stato speso in molti casi per l’acquisto di prestazioni
prevalentemente sanitarie, che quindi dovevano già essere a carico del servizio
sanitario e non del cittadino o dei suoi familiari, e non si è potuto impiegare
per pagare assistenza erogata da soggetti diversi dai parenti dell’assistito.
Il risultato finale è che una esiguità assoluta di risorse, ribadiamo,
stornate dal fondo sanitario, ha di fatto “esteso” l’indennità di
accompagnamento di 708 anziani, dagli 89 anni in su, a fronte di una domanda
certificata (non quella dunque, ben più ampia, rilevata dai sindacati dei
pensionati) di 2142 casi.
Ciò ha determinato un profondo malcontento in molte famiglie a cui era stato
lasciato intendere che con questo genere di finanziamento avrebbero potuto
trovare una soluzione ai loro problemi.
Non solo!
Chi ha ricevuto il buono, secondo una scarna indagine commissionata ad una
società specializzata dalla giunta regionale, per effettuare una prima analisi
dell’impatto di questo strumento nel territorio lombardo, ha trovato comunque
difficoltà nel districarsi tra i servizi offerti ed ha preferito nella
generalità dei casi trattenerlo per se senza nessuna dimostrata correlazione
tra efficacia del finanziamento ed aumento delle condizioni di assistenza
dell’anziano od aumento del sollievo per i suoi familiari.
Nessun effetto dimostrato neppure sul versante della diminuzione dei ricoveri in
strutture residenziali.
Un impatto minimo, dunque, in termini di risorse; assolutamente casuale;
inefficace; teso a scaricare ad altri le responsabilità proprie di un ente
locale che voglia davvero governare le politiche socio assistenziali del
territorio e garantire adeguate risposte ai soggetti più disagiati.
Purtroppo per il 2002, almeno fino alla fine di questo mese, le graduatorie ed i
requisiti per l’accesso al buono sono stati di fatto congelati.
Anzi, la previsione di 60 miliardi per il 2002, a condizioni invariate,
significa una diminuzione ulteriore dei beneficiari, in quanto i 50 miliardi
dell’anno scorso coprivano 9 mensilità invece di 12.
Inoltre i finanziamenti per l’assistenza domiciliare sono rimasti pressoché
invariati negli ultimi anni quando,
addirittura, non hanno subito una diminuzione.
Tornando agli aspetti che riguardano la promozione della domiciliarità, va
detto che la ricerca di Carol Angelini e del gruppo dello Spi di Bergamo, ha
evidenziato, anche prima della sperimentazione del buono nel nostro territorio,
la grande domanda da parte delle famiglie di orientamento, di aiuto informativo,
psicologico, di mezzi concreti per assistere gli anziani a domicilio.
Un aiuto, insomma che un assegno da solo non può certo dare.
Le
scadenze di questi giorni per la realizzazione dei piani di zona (ex legge
328/2000) e la piattaforma unitaria di Spi CGIL, Fnp CISL e UILP Pensionati di
Bergamo
I sindacati dei pensionati vantano una positiva tradizione unitaria che ha
prodotto nel corso del tempo richieste, organizzate in vere e proprie
piattaforme, per la tutela della popolazione anziana e per la promozione dei
diritti e della qualità della vita di chi
è in pensione.
Questo vale a livello nazionale ed a livello regionale ed è oggi rappresentato
dalle piattaforme unitarie licenziate nelle scorse settimane e dal confronto
difficile, assiduo ed anche conflittuale negli ultimi tempi, con l’assessorato
lombardo alle politiche assistenziali.
Le rivendicazioni avanzate dai pensionati si articolano su diversi livelli.
Tra queste risultano prioritarie la richiesta di un fondo nazionale per la non
autosufficienza, con la campagna per la raccolta di firme per il varo di una
specifica Legge, e l’aumento degli interventi e delle politiche tesi ad
incentivare il mantenimento dell’anziano presso il proprio habitat domestico e
familiare.
Anche a livello locale, in misura assai più modesta, ci siamo avvicinati alle
scadenze di questi giorni per la realizzazione della Legge sull’assistenza –
vale a dire la prima definizione dei cosiddetti piani di zona e dei relativi
accordi di programma – con un buon livello di elaborazione unitaria.
Innanzitutto esistono delle linee e delle indicazioni comuni elaborate con la
Camera del Lavoro, di concerto con le categorie interessate.
In secondo luogo, per quanto riguarda le organizzazioni dei pensionati, è stata
concordata una sorta di piattaforma unitaria a supporto ed a sostegno del
confronto nei singoli ambiti distrettuali, ferma restando l’autonomia più
assoluta delle diverse delegazioni “trattanti” di adeguare queste
indicazioni alle peculiarità delle diverse porzioni di territorio, sulla base
delle loro specifiche caratteristiche ed esigenze.
Quello che a noi interessa sottolineare in questo contesto è che in ambedue i
documenti spicca come prioritaria e necessaria la richiesta di potenziamento dei
servizi di assistenza domiciliare.
Da quella normale, di cura dell’ambiente, dell’alimentazione e
dell’igiene, della compagnia a quella più complessa ed articolata che rientra
sotto la definizione di assistenza domiciliare integrata.
Va detto che nella nostra provincia i livelli di assistenza domiciliare sono
molto disomogenei, così come pure, del resto, lo sono quelli della presenza di
servizi socio assistenziali.
Riteniamo quindi che la discussione di questi e dei prossimi giorni sui piani di
zona sia una buona occasione per rendere operative le elaborazioni teoriche che
anche oggi tenteremo di mettere a fuoco.
Le osservazioni, rapide e non certo sufficientemente approfondite di questa
introduzione, dovrebbero essere supportate, arricchite, integrate e migliorate
dagli autorevoli interventi che seguiranno e dall’analisi fatta sul campo con
la ricerca effettuata dal gruppo Monitor, coordinato da Carol Angelini.
L’obiettivo è quello di passare dalle riflessioni di un convegno ad azioni
concrete e positive che promuovano la domiciliarità e l’affermazione dei
diritti delle persone anziane, anche di quelle con problemi di autosufficienza,
nel nostro territorio.
Prima di procedere con gli interventi permetteteci una segnalazione doverosa:
tra le autorevoli relatrici e relatori abbiamo anche
chi, all’inizio degli anni novanta, ha promosso, con una ricerca supportata
dallo Spi e dalla Camera del lavoro di Bergamo insieme ad altre qualificate
esperte, la stesura un libro che
oggi figura tra i riferimenti bibliografici più importanti per i ricercatori ed
i rappresentanti del mondo accademico ed istituzionale che si occupano di
welfare e di politiche per l’assistenza: Care Giver, dentro la cura.
Infine un caloroso ringraziamento ai nostri ospiti ed a tutti coloro che oggi
sono presenti in sala.
Cecilia Bonomi e Gianni Peracchi