"A casa è meglio se..." Domiciliarità e rete dei servizi, una ricerca sul campo

Domiciliarità: la cura dentro la famiglia, relazione a cura di Carol Angelini
Introduzione ai lavori del Convegno, a cura di Gianni Peracchi e Cecilia Bonomi


 

Domiciliarità: la cura dentro la famiglia
Relazione introduttiva al Convegno e Documentazione a cura di Carol Angelini

Indice:
i
ntroduzione: gli obiettivi;
la metodologia della ricerca;
gli anziani non autosufficienti: la complessità del fenomeno;
la domiciliarità;
le osservazioni dei testimoni del territorio: medici e assistenti sociali;
i volontari Auser;
quali proposte;
i comuni coinvolti nella rilevazione;
traccia dell’intervista ai medici di medicina d base;
traccia dell’intervista agli assistenti sociali dei comuni;
traccia dell’intervista ai famigliari;
le interviste raccolte;
le fonti citate.

Introduzione: gli obiettivi
Da aprile 2000, in Cgil si è costituito un luogo di osservazione del territorio provinciale, promosso dallo SPI e a cui aderiscono Terza Università e Auser. Questo progetto si propone di esplorare e analizzare il mondo degli anziani e dei pensionati, elaborando un’indagine annuale su un tema specifico. Le finalità di MONITOR sono molteplici: in primo luogo sviluppare la consapevolezza della comunità su temi quali l’assistenza, la previdenza, il reddito e la salute degli anziani sul nostro territorio; inoltre ci si propone di offrire un contributo alle riflessioni sulle condizioni degli anziani e fornire dati di realtà e proposte sulla qualità della loro vita.
L’oggetto di lavoro di questa annualità è stato la cura dentro la famiglia, la domiciliarità.
L’importanza di questo tema è avvalorata dal fatto che il 15-20% degli anziani non è autosufficiente, e di questi solo 2% circa vive in strutture residenziali. La famiglia ha dunque un ruolo centrale nel sostegno all’anziano nelle sue molteplici necessità. Non possiamo tralasciare di ricordare che ben il 33.1% degli ultra 80enni vive solo.
Questa ricerca si propone di esplorare i vantaggi della domiciliarità, e con essi le fatiche, le necessità e il sostegno di cui le famiglie hanno bisogno nella loro opera di cura e accompagnamento ai propri anziani non autosufficienti.
Sono infatti numerosi gli anziani in condizioni di salute precarie che necessitano di assistenza e che non ricorrono, per svariati motivi, alle case di riposo. Queste persone, nella maggior parte dei casi, restano a vivere in famiglia; famiglia che assume un ruolo indispensabile e spesso deve ristrutturarsi per affrontare l’evento.
In breve gli obiettivi di questo lavoro sono:

La metodologia della ricerca
La ricerca si sviluppa in due aree:

Il primo aspetto è affrontato elaborando i dati della Aziende Sanitarie Locali sugli aspetti demografici in provincia di Bergamo, leggendo ed analizzando materiale elaborato da varie organizzazioni sulla realtà bergamasca.
Il secondo punto è stato affrontato proponendo a medici ed assistenti sociali di 6-7 comuni (vedi tabella), corrispondenti ad altrettanti distretti, un'intervista qualitativa semi-strutturata sul fenomeno nel loro comune e le azioni messe in campo (vedi allegato).

Prospetto interviste
Distretto Comune Medici di M.G. Assistenti sociali Familiari
1 Gorle 1 1 0
4 Chiuduno 1 1 0
5 Cenate Sotto 1 0 0
8 Pradalunga 2 1 2
10 Alta Val Brembana 2 1 1
13 Pontirolo Nuovo 2 1 0
14 Martinengo 4 1 0
tot. 7 13 6 3

Non è stato semplice incontrare i medici di Medicina Generale; per carichi di lavoro, indisponibilità di tempo o non interesse all’indagine in atto, spesso hanno rifiutato l’intervista. Benché avessero ricevuto una lettera e l’anticipazione delle domande, in alcuni comuni non si è avuta la disponibilità di alcun medico di base, rendendo inutile il confronto con l’assistente sociale e quindi scoperto il distretto (ad esempio il caso di Ponte San Pietro). Alcuni medici di base, al momento del contatto telefonico per concordare un appuntamento, hanno dichiarato di non seguire anziani non autosufficienti.
Per quanto riguarda le assistenti sociali dei comuni, esse si sono rilevate disponibili agli incontri con le intervistatrici una volta superata la difficoltà di contattarle, malgrado la scarsità di tempo dedicato ad ogni singolo comune.
Ancora più complesso è stato raggiungere le famiglie, da una parte per la riottosità dei medici ad indicarle, dall’altra per il timore delle famiglie che le interviste fossero finalizzate alla vendita di un qualche prodotto commerciale.
Dove è stato possibile, si è cercato di comprendere i vissuti e gli stati d’animo dei parenti di alcuni anziani non autosufficienti.
Per raggiungere l’obiettivo oltre a Carol Angelini, sono scese in campo 6 persone: Cecilia Bonomi, Angela Calvi, Lodovica Cividini, Pinuccia Gotti, Attilia Pagani, Gabriella Scotti, il cui compito è stato innanzitutto quello di recuperare informazioni e dati circa la vita degli anziani e dei loro famigliari.

Testimonianza di un’intervistatrice:
“Per le interviste siamo partite cercando il numero di telefono dei medici e dei comuni in cui operano gli assistenti sociali. Quindi armate di pazienza, abbiamo cominciato a contattare i medici e la cosa non è stata facile poiché dovevamo scoprire i loro orari di ambulatorio attraverso le loro segreterie telefoniche oppure chiamando in diversi orari.
Si doveva spiegare per telefono lo scopo della telefonata, chiedere se era giunta la lettera di presentazione (per la maggior parte dimenticata tra le carte), dopo di che si attendeva la disponibilità che non sempre c’è stata.
Qualcuno aveva troppo da fare per quel periodo, altri non erano interessati alla cosa, altri ancora rispondevano picche, qualcuno ha dato risposte stringate e di malavoglia solo per telefono.
Fortunatamente ci sono stati anche medici che hanno accettato senza problemi, con i quelli si fissava l’appuntamento e si chiedeva l’indirizzo. Le interviste si sono svolte con l’aiuto di un mini-intervistatore e hanno avuto la caratteristica di un colloquio sereno e piacevole con la preoccupazione da parte nostra di stare nei termini di tempo pattuiti. Quasi tutti hanno espresso il desiderio di essere messi al corrente dell’esito della ricerca.
Con le assistenti sociali abbiamo avuto maggiori difficoltà a fissare il colloquio poiché nei paesi più piccoli il comune non li assume a tempo pieno, oppure li sposta in sedi diverse.
Molto più difficile è stato entrare nelle famiglie, nonostante i nominativi forniti dai medici, la diffidenza non ha permesso un colloquio nella maggior parte dei casi”.

Gli anziani non autosufficienti: la complessità del fenomeno
La popolazione italiana, come negli altri paesi occidentali, sta invecchiando (vedi tabella). Tale fenomeno è il risultato di due mutamenti demografici: del notevole aumento della speranza di vita e della diminuzione della fecondità. Le persone vivono più a lungo e aumenta il numero delle persone comunemente definite anziane (crescita in valore assoluto); nello stesso tempo diventa più rilevante, a causa della diminuzione del numero delle nascite, la quota di persone anziane rispetto alle altre fasce d’età (crescita in valore percentuale).
Questa tendenza è dimostrata da un aumento dell’incidenza degli anziani sul totale della popolazione dal 9.3% degli anni 60 al 16.9% del 1998, mentre in Italia si è passati dal 9.5% al 17,1%.
La percentuale relativa agli anziani con più di 65 anni (in ipotesi di fecondità costante) passerà, infatti, dal 17,7% del 1999 al 25,7% del 2024, e un andamento crescente ancor più evidente sarà espresso dalla quota di anziani di età 75 e più: da un valore del 7,5% relativo all’anno 1999 si arriverà al 13,3% del 2024 (IRP-CNR1995). In particolare, la speranza di vita alla nascita sarà, secondo le pre-visioni Istat al 2020, di 78.3 anni per gli uomini e di 84.6 anni per le donne, con un cospicuo aumento soprattutto dei “grandi vecchi”, cioè degli anziani con più di 80 anni (Asi, 1998).

Trend popolazione dai 65 anni in su in Lombardia e in Italia

  Lombardia Italia
ultra 65 % su pop. ultra 65 % su pop.
1961 687.438 9.3 4.827.415 9.5
1971 905.925 10.6 6.101.820 11.3
1981 1.114.507 12.5 7.485.125 13.2
1991 1.285.415 14.5 8.700.185 15.3
1998 1.516.418 16.9 9.839.847 17.1

L’allungamento della vita (Tramma 1991 ) è la conseguenza di diversi fattori concomitanti: l’aumento generalizzato del reddito individuale, che ha migliorato le condizioni di vita; il miglioramento delle condizioni igieniche pubbliche; i progressi della medicina e della farmacologia.
Gradualmente la vecchiaia sposta in là il proprio termine e porta spesso con sé un considerevole aumento di problemi legati alla perdita di autonomia. D’altro canto i nuclei famigliari, che in passato erano basati su un sistema patriarcale, ora contano mediamente su uno o due figli ed è improbabile che nelle stesse famiglie vivano anche i parenti anziani. Inoltre la mobilità della popolazione attiva costringe spesso gli individui a cambiare posto e luogo di lavoro, lasciando i genitori nella residenza di origine.
Va sottolineato che gli anziani nati nei primi decenni di questo secolo, quando il numero medio di figli per donna era di tre-quattro unità, possono contare su una rete assistenziale domestica ancora abbastanza ampia. In un futuro ormai prossimo, in considerazione del-l’evoluzione strutturale e sociale che la famiglia italiana sta vivendo - soprattutto in termini di riduzione del quoziente di natalità, attestato nel 1998 a 1,2 figli per donna (Eurostat 1999) e del numero medio di componenti, sceso nel 1997 a 2,7 componenti (Istat, 1999) - non è detto che la
stessa possa continuare a garantire ai “futuri anziani” un apporto assistenziale consistente e paragonabile a quello attuale (IRP-CNR, 1995). Al contrario, il numero delle famiglie formate da soli anziani tenderà a crescere e, nell’ipotesi di una consistente riduzione del supporto assistenziale informale, finora garantito prevalentemente dai familiari conviventi più giovani, la dipendenza dei singoli anziani dalla collettività esterna alla rete dei rapporti parentali è destinata ad aumentare.
Tutto ciò ha modificato le caratteristiche degli anziani e di chi li assiste informalmente.
In Italia secondo l’Istat il 47,2% delle famiglie con un anziano di 75 anni e più risulta affidarsi in via esclusiva all’aiuto di parenti e amici (Istat 2000). In particolare, tre anziani su dieci in Lombardia hanno dichiarato di aver bisogno di aiuto nelle attività quotidiane, e il 25,9% di poter contare sui propri parenti; il 6,8% si avvale dell’assistenza a pagamento, il 2,4% è supportato da amici e vicini di casa e solo l’1,3% del totale si avvale dell’assistenza dei servizi pubblici e meno dell’1% del volontariato (Irer,2000).
La maggioranza degli anziani lombardi che hanno dichiarato di far ricorso all’aiuto dei membri della propria famiglia, ricorre nel 35,9% dei casi alle figlie e nel 30,7% ai coniugi. Solo il 17,1% ha il supporto dei figli, il 4,7% dei fratelli e l’11,6% di altri parenti.
In quest’ambito si è venuto a identificare il processo di care , riferito agli aiuti informali che vengono prestati dai famigliari ai loro anziani, al fine di sottolineare non solo la fragilità e la dipendenza dell’anziano, ma anche i diversi aspetti di sostegno materiale e sostegno psicologico e relazionale i cui la famiglia ha bisogno (Taccani 1994). Il lavoro di cura è un lavoro che resta invisibile, nascosto sotto la voce affettività, è altresì un lavoro a tutti gli effetti, nel senso che pone vincoli, richiede tempi ed energie, ha contenuti concreti e materiale, richiede organizzazione e competenze (Taccani 1994). Il lavoro di cura è costituito da tre dimensioni:

La famiglia quindi, se da un lato protegge e difende l’anziano disabile, dall’altro manifesta una forte domanda di aiuto e di tutela, al fine di prevenire possibili patologie connesse al caregiving quali stress, ansia e depressione, sintomi di un carico assistenziale pesante da sostenere, in parte anche legati al conflitto tra esigenze dell’anziano che si assiste ed aspirazioni personali del caregiver. Tali considerazioni ovviamente si complicano nel caso di un anziano affetto da demenza, quando i familiari devono sopportare un pesante stress derivante dalla necessità di prendersi cura e controllare un soggetto affetto da gravi alterazioni mentali e comportamentali, con forte impatto sullo stile di vita del carer. Ad integrazione del supporto familiare, risultano in alcuni casi attive anche altre forme di sostegno informale, quali ad esempio l’aiuto delle parentele allargate, la collaborazione dei vicini di casa, il supporto proveniente dalle reti di volontariato e dagli obiettori di coscienza, figure queste ultime che hanno rivestito, negli anni recenti, un ruolo di una certa rilevanza nell’ambito dei servizi alla persona, prestati da alcune amministrazioni comunali e da istituti di ricovero per anziani. Si tratta tuttavia, nel complesso, di forme di sostegno piuttosto blande e strutturalmente caratterizzate da un elevato grado di precarietà, che mal si raccorda con le esigenze di continuità che l’assistenza ad una persona non autosufficiente di norma presenta.
Riguardo agli interventi istituzionali, va rilevato che le tradizionali case di riposo, che nel 1994 erano 3.726 unità, e nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) al 1997 risultavano realizzati 24.000 posti letto, pari al 17% dei 140.000 previsti dalla Legge Finanziaria del 1998. Anche altre forme di intervento , quali l’ADI (assistenza domiciliare integrata), che prevede supporti sociali, psicologici e infermieristici e riabilitativi presente in 224 realtà locali, mentre l’ospedalizzazione domiciliare (OD), che prevede assistenza infermieristica e visite mediche, esiste in poche realtà sperimentali.
I servizi socio sanitari dell’ASL della provincia di Bergamo (fonte Direzione Sociale Dipartimento ASSI) rivolti agli anziani sono aumentati del 33,92% tra il 98 e il 99, arrivando a rappresentare il 42% circa del totale dei servizi socio sanitari erogati.
Per quanto riguarda i servizi socio assistenziali, l’aumento dell’area anziani tra il 98 e il 99 è stato del 12%. Nessuna variazione si può rilevare nell’ambito dei posti nelle strutture residenziali, che si sono mantenuti stabili, con però un aumento dell’utenza di riferimento.
Ugualmente il servizio SAD (assistenza domiciliare) ha visto il numero di soggetti seguiti diminuire da 3467 a 3278.

La domiciliarità
È dalla metà degli anni ’80 che, sul piano delle politiche sociali, gli interventi per la vecchiaia si stanno sempre più rapidamente indirizzando verso le quote crescenti di anziani non autosufficienti. È di questi anni la sperimentazione e la successiva pubblicizzazione di forme di intervento quali l’assistenza domiciliare integrata (ADI) e l’ospedalizzazione a domicilio.
Per la definizione di domiciliarità ricorriamo alla proposta della cooperativa Servire: “per domiciliarità intendiamo quel contesto significativo per la persona, che comprende la casa ed anche ciò che la circonda, cioè l’habitat collegato alla sua storia, all’esperienza, alle relazioni, alla cultura, alla memoria, alla gioia e sofferenza di ognuno, al paesaggio”.
Molto diversi sono i livelli di aiuto che l’anziano esprime, diverse le intensità e le modalità.
La legge 328/00 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” sposta l’attenzione dal singolo, considerato come entità a sé stante, al singolo che fa parte di un nucleo famigliare. Essa tende a riconoscere come all’interno delle famiglie ci si trova a dover rispondere a bisogni e alle difficoltà di ogni membro, e come spesso la famiglia si ritrova isolata e in difficoltà. L’articolo 16 della succitata legge evidenzia inoltre come la famiglie non solo sono bisognose, ma sono anche portatrici di risorse.
Ma i cambiamenti culturali e demografici sopra evidenziati ci fanno presagire che in futuro la famiglia non potrà assolvere la funzione di cura che assolve attualmente: già oggi si propende per l’intervento di figure professionali rispetto al care tutto famigliare. Si sostiene che lo Stato è responsabile della presa in carico degli anziani vulnerabili sia attraverso servizi specifici che con l’assunzione dei costi economici di care. Attualmente la prima strategia è il ricorso ad aiuti esterni retribuiti, sia in qualità di collaboratori domestici, che di personale specifico. Determinante è ovviamente il ruolo del reddito.
Le problematicità della domiciliarità che abbiamo rilevato nell’indagine si possono riassumere in quattro aree:

  1. tempestività degli interventi: l’intervento per l’anziano che diventa non autosufficiente deve essere, se non preventivato, per lo meno tempestivo, perché quando la problematica si acutizza la famiglia difficilmente è in grado di informarsi e scegliere, e spesso si affida all’aiuto più prossimo senza valutarne la qualità e l’efficacia. L’elemento “urgenza” potrebbe condizionare fortemente i risultati della politica dei “buoni socio-sanitari”, che richiede alle famiglie di crearsi autonomamente dei criteri di scelta tra le diverse agenzie di servizi.

  1. coordinamento degli interventi: l’importanza di creare un riferimento chiaro sul territorio rispetto agli interventi che si possono attivare in ogni singola situazione. Tale riferimento deve essere reperibile facilmente, vicino al paziente e alla famiglia e stabile, affinché possa ricoprire anche un compito, se non di supporto psicologico, di rilevazione dei bisogni del nucleo familiare e orientamento ai servizi. Per questo se da un punto di vista professionale la figura che sembra più adatta è l’assistente sociale, a nostro avviso è il medico di medicina generale a doversi assumere il ruolo di promozione del contatto tra la famiglia e il comune e monitoraggio degli interventi offerti all’anziano. La figura del medico di medicina generale è infatti il più prossimo alla famiglia, conosce la persona da prima della non autosufficienza, ha una certa confidenza con il contesto familiare. Il cambiamento in atto nell’erogazione dei servizi socio-sanitari deve saper individuare dei riferimenti chiari e strutturati i per gli anziani e le loro famiglie, che riducano l’incidenza nelle singole storie familiari della casualità o della buona volontà di singole persone.

  1. aspetto economico: le famiglie devono affondare gli elevati costi dell’assistenza che sempre più spesso si rivolge a privati, in grado di garantire la continuità rispetto al rapporto con l’anziano e un’elevata copertura oraria. Proprio per rispondere a queste due necessità e contenere le spese, le famiglie si rivolgono sempre più a persone extra-comunitarie non regolarizzate e spesso prive di professionalità specifica. Alti sono anche i costi che la famiglia deve affrontare per adeguare le abitazioni al sopravvenuta difficoltà dell’anziano. Non possiamo tralasciare di rilevare che numerose sono le situazioni in cui persiste la non disponibilità a spendere degli anziani e dei loro parenti.

  1. aspetto abitativo: non direttamente, ma ponendo noi la domanda, la maggior parte degli intervistati ha confermato che gli alloggi dove vivono gli anziani non autosufficienti sono per lo più inadeguati. A volte le famiglie sono in grado di apportare alcune modifiche affrontandone le spese, ma in molti casi l’anziano finisce relegato negli spazi che può raggiungere. L’offerta di mini alloggi non è stata bene accolta perché implica l’abbandono di spazi famigliari, il cambiamento di abitudini e riferimenti.

Le azioni da mettere in campo che la rilevazione ha fatto emergere sono:

Le osservazioni dei testimoni del territorio: medici e assistenti sociali
1) La stima degli anziani non autossuficienti che vive nel comune
La tabella n. 2 riassume la stima dei pazienti non autosufficienti che vive in famiglia per ciascun paese considerato nella ricerca, secondo le dichiarazioni dei medici di base e dell’assistenti sociali.

  medici di base assistenti sociali
Cenate Sotto 2 n.d
Chiuduno 18-20 segnalati 20
Gorle 44 segnalati 10
Martinengo 28 non è a conoscenza del numero
4000 ore annue di assistenza
Pontirolo 3 29
Pradalunga 30 20-30 come SAD
Alta valle Brembana 16-17 non sa

Come si può notare dalla tabella seguente, i dati rilevati dalla assistenti sociali, quando possibile, corrispondono a quelli dichiarati dalla rilevazione Asl (vedi tabella).

Comune n° anziani SAD nel 1999 ore servizio annue ore per persona settimanali
Gorle 18 2.962 3,2
Chiuduno 20 3.224 3,1
Cenate (Val Cavallina) 158 31.037 3,8
Pradalunga 22 260 2,4
San Giovanni Bianco 22 4.818 4,2
Pontirolo n.d. n.d. n.d.
Martinengo 19 3.493 3,5

2) Chi assiste gli anziani non autosufficienti a casa?
Secondo i medici, nel maggior numero di casi l’assistenza è svolta dai familiari, che sono al primo posto sia come quantità che qualità dall’assistenza. Al secondo posto troviamo l’assistenza affidata a personale inviato dai comuni, il Sad; al terzo posto l’assistenza a pagamento, spesso svolta da persone extracomunitarie che sono conviventi con gli anziani o personale locale.
Solo tre medici hanno citato l’intervento dell’Asl e due il supporto del volontariato.

Assistenza Medici Assistenti sociali Familiari
familiari 11 3 2
comune - sad 8 3 2
privati 7 4 1
ASL 3 0 0
volontariato 2 1 1
assistenti sociali 1 0 0

Secondo le Assistenti sociali, le famiglie che si rivolgono al comune sono:
- Gorle 10 famiglie
- Chiuduno il comune eroga 2008 ore annue
- Martinengo lo scorso anno 25 persone, l’intervento del comune non esaurisce il bisogno di assistenza
- Pradalunga 20 persone
- Pontirolo 29 famiglie
Per le assistenti sociali chi assiste gli anziani non autosufficienti sono prevalentemente i familiari e il Comune con il servizio Sad che non sempre eroga interventi gratuiti.
Seguono i collaboratori famigliari assunti privatamente, i vicini che sono una voce importante solo in alta valle Brembana.

3) Chi tiene prevalentemente i contatti con il medico?
Tengono i contatti col medico in genere i familiari, in alcuni casi i pazienti stessi, seguono le assistente del SAD.

4) Una famiglia quante volte al mese la chiama mediamente?
Di solito non chiamano il medico perché il medico a seconda delle necessità programma visite ogni 15 giorni, ogni settimana o anche più frequentemente. Inoltre spesso usufruiscono dell’assistenza domiciliare.

5) Quali sono i bisogni più diffusi degli anziani non autosufficienti?
Secondo i medici di base i bisogni più diffusi nei pazienti sono di assistenza nella conduzione della casa, nella preparazione dei pasti e nell’alimentazione, nella cura della persona, hanno necessità di terapie mobilizzanti, di terapie del sollievo del dolore ( malati oncologici), di sentirsi curati, ascoltati, di sentirsi ancora partecipi del tessuto sociale, di avere qualcuno che tiene i contatti con il distretto per usufruire delle prestazioni e delle cure specialistiche.
Secondo le assistenti sociali, i bisogni più diffusi dei pazienti sono: compagnia, aiuto nell’igiene personale, nel governo casa, supporto psicologico, contatti con il medico.
A Chiuduno secondo l’assistente sociale il bisogno è di una persona fissa vicino all’anziano ma possibilmente gratuita, in quanto non c’è la mentalità di dover pagare per avere assistenza.

I bisogni dell’anziano non autosufficiente:

bisogni anziani medici assistenti sociali familiari
cura della persona 3 4 2
conduzione della casa 1 4 1
ascolto 2 1 0
preparazione e somministrazione pasti 1 2 0
controlli medici 1 0 0
trasporti 0 1 0
supporto psicologico 0 1 1
assistenza fissa senza pagare 1 2 0
no richieste, costi troppo alti 0 0 1

6) Quali sono le patologie più diffuse negli anziani non autosufficienti?
Le malattie di cui soffrono sono: esiti di Ictus, malattie cardiovascolari, demenza, Alzheimer, complicanze del diabete, bronchiti croniche, malattie osteoarticolari. Per un medico non è possibile la gestione in casa di malati che sono colpiti dal morbo di Alzheimer.

7) Quali sono i bisogni più diffusi dei familiari?
I familiari hanno per lo più bisogno di: avere aiuto nell’assistenza, avere aiuti finanziari, avere tramite l’ASL, su richiesta del medico di base  strumenti e supporti, avere maggiore libertà, avere informazioni igieniche e alimentari, e avere un riferimento valido perché stanno nascendo delle nuove figure professionali che possono essere di aiuto in casa al malato non autosufficiente quali l’infermiere, lo psicologo, lo psicologo, il fisiatra, ecc.

bisogni familiari medici assistenti sociali familiari
aiuto assistenza 6 2 2
aiuti economici 2 2 01
più libertà 2 0 0
avere dei riferimenti 1 1 0
aiuto infermieristico 2 1 0

8) In genere le abitazioni sono adeguate alla presenza di anziani non autosufficienti? Se no, chi indirizza la famiglia per avere indicazioni e ausili adatti?
In generale le abitazioni non sono adeguate alla presenza di anziani non autosufficienti. Spesso essi abitano in case vecchie, al secondo o terzo piano senza ascensore, per cui sono costretti a vivere perennemente chiusi in stanze che oltretutto non sono in condizioni di poter contenere le attrezzature di cui tali malati hanno spesso bisogno. Alcuni comuni hanno costruito appartamenti idonei che però non sono stati accolti con grande entusiasmo perché gli interessati sono a volte restii a lasciare le proprie case in cui hanno vissuto per anni, anche se scomode. Si potrebbe suggerire agli enti pubblici che hanno in carico l’assistenza e la sanità, di elargire quote che possono servire alle famiglie in difficoltà per ristrutturare ambienti utilizzati da un malato non autosufficiente.

9) Secondo lei a chi le famiglie possono rivolgersi per risolvere i piccoli problemi quotidiani di adeguamento dell’ambiente in cui vive l’anziano, per sfruttare le sue capacità residue ?
Risulta che le famiglie in cui ci sono casi di anziani non autosufficienti si devono trovare ad affrontare situazioni veramente angoscianti perché avrebbero bisogno di maggiore supporto sia specialistico sia assistenziale. Quasi tutti chiedono maggiori ore di assistenza da parte del personale del comune o delle ASL; più tempestività nell’attrezzare la famiglia di tutti quei supporti necessari; più interessamento da parte dei medici per ciò che riguarda la conoscenza di tutto ciò che può esistere sul territorio in simili casi. Se il medico si fa tramite, la famiglia ha meno pudori nel chiedere ed è oltretutto al corrente della disponibilità che il territorio offre sia come struttura pubblica che come volontariato.

10) Quali organizzazioni volontarie e no offrono servizi agli anziani sul suo territorio?
Il volontariato non è molto organizzato e comunque non sopperisce alle reali necessità che esistono dove vi sono persone che hanno bisogno di assistenza 24 ore su 24.

11) Secondo la sua esperienza, da quale età mediamente non si è più autosufficienti? C’è stato un cambiamento negli ultimi anni?
L’età in cui un anziano ha bisogno di assistenza inizia per la maggior parte dai 75-80 anni. Non sono rari i casi in cui però alcune malattie rendono non autosufficienti persone anche più giovani (malattie cardiovascolari, gravi artrosi, diabete, malattie mentali).

12) Quanto la condizione economica influenza la qualità e la tipologia di assistenza che ricevono gli anziani? Mi faccia qualche esempio.
“Si auspicano detrazioni fiscali per queste famiglie anche perché con certi malati in casa ci sono continue spese per soddisfare i loro bisogni. Le famiglie con maggiore disponibilità economica si prendono una persona fissa e se la pagano privatamente. Di solito ci si rivolge a cittadini extracomunitari che risolvono in questo modo problemi di alloggio e sostentamento. Resta comunque difficile per un famigliare, diciamo uno perché di solito c’è sempre una sola persona che si fa carico della situazione, far fronte a una situazione di continua emergenza 24 ore su 24. Anche dove ci sono molti figli o diversi altri famigliari, non è facile trovare un’organizzazione che veda tutti concordi e efficienti ed è ancor più difficile trovare chi è disposto a spendere per la qualità della vita del malato in questione.”

13) Ritiene interessante un ipotesi che prevede la figura del geriatra di base a cui fare riferimento nei casi di non autosufficienti in casa?
Per poter rendere un servizio completo alle famiglie colpite da un disagio del genere ci dovrebbe essere una rete di aiuti ben organizzata, coordinata magari da un geriatra, identificato dalla maggior parte dei medici solo come un consulente, in modo da dare al malato e alla famiglia più sicurezza e più serenità.

Intervista specifica alle assistenti sociali

Il comune agli anziani offre i seguenti servizi:

Chiuduno: trasporto, assistenza in collaborazione con la ACS-  SAD- pasti a domicilio. L’informazione avviene attraverso un giornalino.
Gorle: servizio pasti a domicilio- trasporto per i  prelievi.
Martinengo: SAD (4000 ore annue). Le famiglie preferiscono gestire le situazioni con aiuti privati perché meglio gestibili.
Pradalunga: servizio pasti, ora a 7500 L. per tutti. SAD, costo da 0 a 8000 L. l’ora.
Pontirolo: telesoccorso, CRI, SAD, Auser
Alta valle Brembana: c’è una cooperativa che consorzia una ventina di comuni che offre assistenza a domicilio. Non è gratuita.
Riassumendo: tutti i comuni offrono il servizio SAD, l’ADI è attivo a Chiuduno e in Alta val Brembana; il trasporto è offerto a Gorle, Martinengo e Pradalunga, e il servizio pasti a Gorle e Pradalunga.
Martinengo ha realizzato dei mini-alloggi, Gorle ha un servizio informativo. Infine Martinengo e Pradalunga hanno il servizio di telesoccorso.
I servizi più usati sono:

Chiuduno: SAD, servizio pasti (il costo dei pasti dipende dal reddito)
Gorle: SAD, servizio pasti

Martinengo: servizio trasporti, il comune ha costruito 30 minialloggi   ma 15 di questi sono ancora vuoti per mancanza di domande
Pradalunga: servizio pasti e SAD
Pontirolo: telesoccorso e CRI
Alta Valle Brembana: qualche richiesta di SAD
Strumenti di monitoraggio utilizzati dai comuni sono per lo più delle forme indirette:
Chiuduno: utilizza AUSER
Gorle: ogni quindici giorni fanno delle verifiche per il coordinamento del SAD.
Martinengo: non hanno mezzi di informazione. Le richieste pervengono direttamente dai singoli cittadini, da segnalazioni dei medici di base, dall’ASL.
Pontirolo: volantini e notiziario
Pradalunga: nessuno
Alta Valle Brembana: medici di Base, l’ospedale del distretto quando i pazienti vengono dimessi allerta il distretto che organizza una dimissione protetta
Si occupano di coordinare i volontari e i diversi servizi:
Chiuduno: Auser
Gorle: il comune
Martinengo: c’è l’Unitalsi, la Caritas, la S Vincenzo , ma nessuna di queste organizzazioni ha un ruolo decisivo nel coordinamento.
Pontirolo: l’assessore ai servizi sociali
Pradalunga: ASA coordina due associazioni “Il volto" e la San Vincenzo
Alta valle Brembana: la psicologa e l’assistente sociale coordinano un gruppo di volontari che erano stati formati precedentemente. Ora è stato organizzato un nuovo corso di formazione, ma non sembra abbia riscosso molto successo. Il distretto organizza ricoveri temporanei di sollievo per i familiari.

I comuni coinvolti nella rilevazione

Distretto comune popolazione 31/12/1999 n° anziani SAD nel 1999
1 Gorle 4.979 18
4 Chiuduno 4.868 20
5 Cenate (Val Cavallina) n.d. 158
8 Pradalunga 4.290 22
10 San Giovanni Bianco 4.947 22
13 Pontirolo n.d. n.d.
14 Martinengo 8.402 19

Traccia dell'intevista ai medici di medicina di base

Traccia dell'intervista agli assistenti sociali dei comuni

  1. La stima del n. anziani non auto sufficienti che vive in famiglia

  2. Quante famiglie si rivolgono al comune? Quante sa che avrebbero la necessità, ma non lo fanno?

  3. Chi assiste gli anziani non autosufficienti in casa? Comune, famigliari, collaboratori privati …

  4. Quali servizi offre il suo comune agli anziani? Come sono pubblicizzati?

  5. Quali di questi servizi sono più usati?

  6. Quali strumenti di monitoraggio avete per i vostri servizi?

  7. Chi si occupa di coordinare e collegare i volontari e gli altri servizi?

  8. Quali sono i bisogni più diffusi dei pazienti?

  9. Quali sono i bisogni più diffusi dei famigliari?

  10. La abitazioni sono adeguate alla presenza di anziani non autosufficienti? Se no, chi indirizza le famiglie per avere indicazioni e ausili adatti?

  11. Secondo lei a chi le famiglie possono rivolgersi per risolvere i piccoli problemi quotidiani di adeguamento dell’ambiente in cui vive l’anziano, per sfruttare le sue capacità residue ?

  12. Quali organizzazioni volontarie e no offrono servizi agli anziani sul suo territorio?

  13. Secondo la sua esperienza, da quale età mediamente non si è più autosufficienti? C’è stato un cambiamento negli ultimi anni?

  14. Quanto la condizione economica influenza la qualità e la tipologia di assistenza che ricevono gli anziani?

  15. Ritiene interessante l’ipotesi di un geriatra di base a cui fare riferimento nei casi di non autosufficienti in casa?

Può indicarci qualche famiglia?

Traccia dell'intervista ai famigliari

Le interviste raccolte

Intervista al medico di Medicina Generale di Chiuduno 1

  1. 18-20 pazienti

  2. famigliari, assistenti sociali, servizio ASL

  3. famigliari

  4. programma il medico (giorni alterni – 2) poi alcuni 1 sett. Altri 15 gg.

  5. A Chiuduno sono stati fatti alloggi nuovi, ambienti idonei in cui le persone non autosufficienti possono recarsi con 1 o più famigliari (attualmente 4). Ambienti posizionati bene.

  6. Cerebrovascolare – cardiologia - osteoartrosi

  7. Quando non c’è la piena disponibilità sia di prestazione o economica. Assume l’extracomunitario che sta giorno e notte e bisogna pagarlo.  I familiari dovrebbero essere più preparati o più disponibili. Alcuni fratelli potrebbero accettare di avere l’anziano per tre mesi a turno. Questo avvicendarsi è bene accolto dall’anziano se è fatto con serenità dando l’impressione di essere bene accetto.

  8. Le abitazioni non sono male ma non sono adeguate del tutto. Per esempio nelle nuove strutture che hanno costruito non hanno tenuto conto di fare bagni grandi. I servizi sono stretti; fanno fatica a girare le carrozzelle. In famiglia alcune abitazioni sono idonee altre no.

  9. E’ il medico che dà indicazioni. Assessore ai servizi sociali. Assistenti sociali, ma non hanno preparazione. Noi medici insistiamo su tanto cose, pulizie, medicazioni etc.

  10. Auser, Unitalsi, volontari che si prestano autonomamente. Asl molto pronta per giungere a colmare la richiesta del medico. C’è una scheda Unitalsi che ha in dotazione già strumenti idonei nell’attesa che magari arrivino quelli della Asl (letti, carrozzelle, materassi etc.).

  11. 80. La vita si è allungata. Media 75-80 anni. Età più alta rispetto a vent’anni fa.

  12. Tanto la condizione economica influenza la qualità e la tipologia. Per la stessa assistenza.

  13. Non è una necessità se il medico di base è preparato. (corsi di aggiornamento). Andrebbe bene nella Asl come consulente. Aggiornamenti obbligatori nel campo degli anziani.

Intervista all'assistente sociale di Chiuduno

  1. Assistiti dal comune 20.

  2. Non tutti si rivolgono al Comune. A volte si rivolgono proprio quando non ce la fanno più. Il comune offre un servizio complessivo di 2008 ore annuali.

  3. Comune, famigliari, privati a pagamento.

  4. C’è un giornalino (SAD). Trasporto, assistenza in collaborazione con l’ASL. Pasti a domicilio.

  5. SAD, assistenza domiciliare. I pasti per ora vengono pagati in base al redditometro.

  6. Riunioni di coordinamento settimanali con le ausiliarie. I medici non si prestano molto per consigli.

  7. AUSER

  8. Persone fisse vicino a loro possibilmente gratuitamente. Non c’è la mentalità di pagare per poter avere assistenza.

  9. Stessa cosa. Non vogliono spendere. Vogliono l’eredità, ma non vogliono spendere.

  10. Ci sono le case comunali per anziani che sono ben attrezzate (quelle nuove). Quelle più vecchie non sono proprio adeguate.

  11. Poche famiglie hanno partecipato al bando delle case comunali per anziani, abbiamo fatto fatica ad assegnarle tutte.

  12. Auser, Movimento Anziani (gruppo del centro diurno anziani), San Vincenzo, Unitalsi.

  13. La vita media è molto alta. Abbiamo assistiti di 99 anni. L’età dipende dalle malattie che hanno.

  14. Il livello economico non è male, ma la gente non vuole spendere in questo senso. Non sempre l’assistenza migliora.

  15. Si, perché non faccia solo il medico, ma sia da stimolo per gli altri medici, che coordini il servizio. I medici fanno il loro mestiere, ma non sono lungimiranti, arrivano all’ultimo momento a fare richieste, quando diventa difficile essere tempestivi.

Intervista al medico di Medicina Generale di Martinengo 1

  1. 25/28 compresi quelli degenti nei ricoveri

  2. comune, familiari, collaboratori privati

  3. familiari

  4. ci sono visite già programmate a seconda dei malati. Assistenza domiciliare integrata. Oppure malati che vengono visitati settimanalmente o quindicinalmente. Patologie cardiovascolari, cerebrali, osteoartrosi, demenze senili

  5.  

  6.  

  7. assistenza e libertà

  8. sono adeguate. Il comune ha costruito mini alloggi per queste persone. In casa si arrangiano come possono.

  9. Sempre al medico

  10. C’è il volontariato ma non saprei in che misura

  11. 70 anni

  12. chi può di più può assistere meglio ma lungo andare tre turni di infermieri al giorno sono una spesa troppo grosse

  13. si ma i geriatri sono pochi per cui sarebbe meglio una consulenza.

Intervista al medico di Medicina Generale di Martinengo 2

  1. tenuti in casa di riposo. Assistenza domiciliare. 7/8 in cura

  2. familiari. Per uno il comune manda qualche ora. C’è molto volontariato

  3. familiari

  4. una volta al mese

  5. assistenza. Ore in più. Per essere un po’ più liberi

  6. alzeimer. Insufficienza renale ed un insieme di patologie e dell’apparato locomotorio

  7. (vedi 5)

  8. abbastanza

  9. assistenza inerente alla parte sanitaria. Per il resto assistenti sociali

  10. Asl. Non c’è l’Auser, o per lo meno non si conosce. C’è un centro diurno in paese, lì saranno più informati.

  11. Si è alzata l’età. 75 / 80 anni

  12. Dove c’è più benessere c’è più informazione. La gente è un po’ restia a chiedere, fanno resistenza. E’ il medico che deve informare. L’Asl non ha personale. Il comune fa quello che può. La gente non recepisce.

  13. Il geriatra dovrebbe far parte di una equipe come consulente

Intervista al medico di Medicina Generale di Martinengo 3

  1. 10-11 in famiglia

  2. assistiti quasi tutti dai famigliari o parziale assistenza del comune- La Asl manda su sollecitazione del medico delle infermiere. Ci sono alcune realtà che si rivolgono a privati a pagamento.

  3. I famigliari. Io li vedo regolarmente

  4. Ci vado regolarmente con un programma (assistenza famigliare programmata)

  5. Bisogni nella conduzione familiare (spesa, ecc,…)

  6. Patologie osteoarticolari. Diabete. Ipertensione. Forme cardiovascolari. Alzheimer. La gestione in casa dei malati che hanno Alzheimer è impossibile.

  7. L’assistenza o pubblica o privata.

  8. Certe cose si ottengono abbastanza brevemente (lettini, ecc,..). Ci sono però case specialmente quelle vecchie senza ascensori. Le strutture pubbliche devono essere attrezzate (abbattere barriere architettoniche), le private invece no. Ci dovrebbe essere una sovvenzione per chi vuole modificare la struttura in vista di una vita più agevole. Per alcune strutture è l’ospedale che indirizza.

  9. Al Comune. Ci sono contributi regionali. Ci potrebbero essere delle detrazioni fiscali.

  10. Può essere che ci sia un fondo regionale

  11. 70 anni

  12. la condizione economica – chi può economicamente sta meglio perché si paga un’assistenza privata. La situazione più grave è quella di chi è solo, non sposato. Si rivolgono all’assistenza sociale per contributi per riscaldamento etc.

  13. non so a che cosa possa servire. Un medico dovrebbe essere in grado di curare gli anziani. Io do anche la disponibilità. Sabato e domenica per la casa di riposo. Io ho studiato per fare il medico e per assistere le persone malate. Il medico deve trovare il tempo per curare bene anche gli anziani. Ci sono molte resistenze da parte delle famiglie, non conviene insistere.

Intervista al medico di medicina Generale di Martinengo 4

  1. 10 pazienti miei (8.200 abitanti). Attività programmata ed integrata

  2. un po’ tutti: Asl, comune, familiari, volontariato. Hanno anche troppo in certe situazioni

  3. familiari

  4. dipende dalla gravità: da alcuni anche 2 volte alla settimana o anche tutti i giorni

  5. è la burocrazia che rallenta un po’ tutte le cose, perché carenze non ce  ne sarebbero. C’è collaborazione tra i vari enti ci sono le infermiere sia del comune che dell’Asl.

  6. Cardiopatia, insufficienze renali gravi, diabete grave, arteriosclerosi, patologie cardiovascolari, diabete con complicazioni gravi (non frequente)

  7. L’assistenza. Poter sapere che  c’è qualcuno che dà una mano e un cambio.

  8. Alcune si, altre un po’ meno.  Se uno sta al quarto piano senza ascensore non può uscire ; il comune in alcuni casi ha cercato di cambiargli il piano (case popolari)

  9. Ai servizi sociali. Io posso solo fare certificati in cui dichiaro che il malato non può essere in grado di abitare in alcune realtà. Comunque le richieste devono essere sempre fatte dai famigliari, il medico può completare con dichiarazioni, scritti o certificati

  10. Organizzazioni di volontariato: le parrocchie fanno tanto Auser? Mai sentita. La Cri e l’Unitalsi. Il comune ha due macchine che trasportano coloro che hanno bisogno.

  11. Dipende dalle malattie: ci sono non auto-sufficienti giovani. Se un individuo gode di buona salute in gioventù mediamente incomincia sul tardi ad accusare acciacchi vari (60 anni). Se uno è già di salute precaria inizia prima. Comunque ultimamente sono aumentati i casi e gli utenti bisognosi, la popolazione anziana è aumentata.

  12. La possibilità economica influenza in modo positivo l’assistenza, che può si arrangia a risolvere i propri problemi e chi ha diritto di assistenza si fa sentire.

  13. No, che ci sto a fare io? Non ha senso che ci sia. E noi che cosa siamo? I medici dell’età di mezzo? La specializzazione a tutti i costi appesantisce i costi in maniera considerevole. Noi lavoriamo soprattutto per le persone anziane.

Intervista all'assistente sociale di Martinengo

  1. Non è stata fatta una stima, l’assistenza pubblica consiste in 4000 ore annue.

  2. L’assistenza domiciliare lo scorso anno ha riguardato 25 persone. Accanto all’assistenza pubblica c’è quella privata, che è più comoda per orari, ecc..

  3. Figli, nipoti, assistenti pagate dal privato. Gli enti di volontariato sono scarsi, le associazioni parrocchiali fanno visite di cortesia.

  4. Servizio domiciliare (4000 ore annue), 25 unità (80 anni, sesso femminile in prevalenza). L’ASL segnala le situazioni. Le famiglie preferiscono gestire le situazioni con aiuti privati meglio gestibili.

  5. Servizio trasporto, specialmente da quando l’ospedale è stato trasferito a Romano. Ci sono 15 mini-alloggi, già assegnati e 15 ancora vuoti per mancanza di domanda. I mini alloggi sono situati vicino alla casa di riposo. Servizio di telesoccorso, poco sfruttato.

  6. Richieste fatte dai cittadini, dai medici, dall’ASL.

  7. Non c’è volontariato organizzato che possa coordinare i servizi. C’è Unitalsi, la Caritas, la San Vincenzo che non hanno un ruolo decisivo.

  8. Aiuto, riordino delle abitazioni, spese, contatti con il medico, pulizie personali, trasporto.

  9. Assistenza.

  10. Non abbiamo dati precisi. Alcune sono adeguate, altre no. Alcune modifiche richiedono spese elevate.

  11. Piccoli interventi al privato. La struttura pubblica non mette a disposizione questo servizio. Servizio di soggiorno marino invernale. Non c’è stata risposta per ciò che riguarda il soggiorno estero o estivo.

  12. Non esistono organizzati. L’Auser non ha un numero di iscritti sufficiente a soddisfare i bisogni.

  13. 75-80 anni. Gli uomini soli hanno più bisogno di aiuto.

  14. Si. Chi ha maggior reddito può avere assistenza migliore in quanto si può permettere di pagare persone che offrono assistenza più ore.

  15. No, se i medici condotti fossero più attenti e più sensibili. Il discorso delle visite regolari periodiche non è molto diffuso.

Intervista ai Medici di Base dell'Alta Valle Brembana 1-2

  1. (a) 10 i pazienti che vivono in famiglia su circa 1200 suoi mutuati- totale abitanti del comprensori 1800
    (b) 6-7 pazienti di cui 3 con assistenza domiciliare che segue lui perché in situazione critica, in cui il medico va periodicamente a controllare, su un totale di circa 1600 abitanti che sono compresi nel territori di Carona, Valleve, Trabucchello e Fondra,il numero degli abitanti sta continuando a diminuire perché i giovani abbandonano la zona.

  2. (a) In genere i familiari, a pagamento viene inviato personale dal consorzio del distretto; 2 anziani assistiti da personale extracomunitario fisso- il problema è il sabato e la domenica quando il personale non c’è e allora devono intervenire i figli o i parenti.
    (b)
    Mi sembra che i comuni non diano assistenza , non credo che questi comuni abbiano aderito. In questi paesi non c’è disintegrazione del nucleo famigliare, per cui quando c’è un malato grave o un non autosufficiente in casa si attiva la rete famigliare e del vicinato. Credo che questo sia uno dei pochi privilegi rimasti. Quando questo non è sufficiente allora si fa ricorso a figure di signore extracomunitarie che integrano l’assistenza famigliare a questi ammalati. Tre sono presenti sul territorio anche se una è andata via perché la persona che assisteva è ricoverata al Don Palla. Queste persone hanno una buona integrazione.

  3. (a)  I familiari o i malati stessi . Sono sul territorio di Branzi da 35 anni per cui i pazienti mi conoscono personalmente.
    (b) I familiari stessi  o i malati , se ci sono dei problemi mi chiamano col cellulare e sono disponibile anche nei giorni festivi, sanno che mi possono chiamare. 

  4. (a) Settimanalmente o ogni 15 giorni. Ho dei giorni fissi per ciascuno e i pazienti ci tengono che vada a visitarli
    (b) Quelli che necessitano di assistenza sanno che passo periodicamente, settimanalmente, e se poi ci sono delle necessità mi contattano direttamente.

  5. (a) Ascoltarli e visitarli. Per molti tenere i contatti col distretto perché i figli a loro volta sono già anziani.
    (b) Hanno bisogni primari di assistenza: nell’alimentazione, nell’igiene personale, e poi nell’assistenza del sentirsi ancora partecipi del tessuto sociale, dei vicini; la funzione di compagnia  non è assolutamente secondaria, la conservazione della capacità di comunicazione è fondamentale. Sono spesso i familiari e i vicini che rispondono a questi bisogni, altre volte però queste situazioni mettono a nudo dei contrasti familiari, infatti quando arriva improvvisamente un ammalato grave, le famiglie in cui ci sono già dei contrasti, dovendo organizzarsi per gestire la situazione, e si assiste generalmente a una esplosione del contrasto, a una sottolineatura e si crea una grande tensione tra i familiari che ovviamente va a scapito del ammalato. Inoltre molto spesso il parente non è preparato a gestire e ad affrontare queste situazioni che spesso sconvolgono le famiglie, poichè si devono sconvolgere le proprie abitudini e i ritmi lavorativi.

  6. (a)  Le cause più frequenti sono :ictus, parkinson, demenza e Alzheimer
    (b) Ictus, malattie cardiovascolari, demenza e le gravi forme osteoarticolari. La demenza sconvolge lentamente le famiglie e gli esiti di ictus

  7. (a) Nulla di particolare. Nella fase di organizzazione iniziale gli strumenti che i pazienti hanno tramite la Asl, l’infermiere che per le ulcere quando si formano. Il problema è che per tutto il distretto ce n’è una sola.
    (b) I bisogni più frequenti sono di avere dei riferimenti nel medico e forse adesso anche della figura dello psicologo. Stanno nascendo ora altre figure professionali che assistono il malato a domicilio, i familiari essendo digiuni di informazioni in questo senso devono essere indirizzati per cui la necessità dal medico , dall’infermiera  e anche dello psicologo anche se lo psicologo in queste zone è un intervento difficile, al quale è bene educare, ma c’è spesso ostilità sia da parete dei pazienti che dei familiari.

  8. (a) Non ci sono problemi perché quando il paziente ritorna a casa dall’ospedale tutto viene organizzato rapidamente. Interviene il personale della ASL di Zogno e di Bergamo.
    (b) Spesso le abitazioni non sono adatte per pazienti non autosufficienti e in particolare non sono adatte le case delle persone più anziane che frequentemente hanno scale molto strette ,o, se vivono in appartamenti, sono piccoli per cui è difficile introdurre apparecchi come il sollevatore o dei letti particolari; altre volte sono belle abitazioni. Dovrebbe essere il medico che dà indicazioni, ma molti medici non hanno questo tipo di esperienza, comunque il distretto di Piazza Brembana è ben gestito per cui quando inoltriamo delle richieste di ausili nel giro di poco tempo riusciamo ad ottenerli. Anche l’ospedale al momento della dimissione fa presente quali sono i bisogni e fa la prescrizione agli ausiliari che si rendono conto dei bisogni e se ci sono necessità di ausilio avviano le pratiche burocratiche per ottenerli. E’ un po’ indaginoso il metodo per averli però viene eseguito in tempi abbastanza rapidi. Si potrebbe sveltire l’iter burocratico per facilitare anche il familiare. 

  9. (a) Il fisioterapista
    (b) Questo è un problema geriatrico. E’ il geriatra che indica come comportarsi rispetto al gas, agli oggetti, evitare i colori molto aggressivi e forti, non cambiare la disposizione della casa ecc, anche il medico di famiglia perché anche i medici di famiglia sono geriatri ormai, l’assistenza predominante è sull’anziano, anche le infermiere se sono esperte possono dare dei consigli utili.

  10. (a) Su questo territorio non ce ne sono. E’ necessario che ci sia una organizzazione centrale che coordina gli interventi ,altrimenti le cose non funzionano.
    (b) Nella nostra zona non ci sono organizzazioni volontarie strutturate ma è vivo questo senso della comunità, il parente e il vicinato ,anche se non è la regola, spesso si prestano in modo sostanzioso .

  11. (a) I diabetici diventano non autosufficienti prima tra i 60 e i70 anni, gli altri, ora, a partire dai 75 anni mentre prima a circa 70 anni. Le donne rimangono autosufficienti più a lungo anche fino a 90 anni.
    (b) E’ difficile stabilire un’età media , dipende dalle malattie che una persona ha , ci sono pazienti di 50 anni compromessi e altri che a 94 anni sono assolutamente lucida, dipende dalle malattie dallo stile di vita che si è mantenuto per anni ,dalla familiarità, C’è stato un cambiamento sicuramente positivo negli ultimi anni sia perché c’è stato un miglioramento della medicina inteso come farmaci a disposizione, sia come sensibilità a questi problemi . anche l’innalzamento dell’età media che hanno permesso questi farmaci ,la non autosufficienza viene sicuramente posticipata.
    Le malattie acute come ictus, neoplasie, infarto massivo, limitano l’autosufficienza.

  12. (a) In genere se hanno la pensione e l’assegno di accompagnamento riescono a rimanere a casa. Quando però non hanno familiari che li assistono, non possono rimanere a casa
    (b) casi di povertà tale da non garantire una assistenza adeguata non mi vengono in mente, anche se c’è qualcuno  che è andato al ricovero perché non aveva possibilità di restare in casa , i comuni hanno dei fondi per coloro che non hanno risorse sufficienti .Questa è una zona di relativo benessere , non ci sono persone in condizioni difficili se non una persona che sarebbe in condizioni da essere ricoverata .

  13. (a) I geriatri sono troppo pochi e le esperienze che ho avuto sono negative. E’ importante che il medico sia fisso in un paese come era una vota il medico di famiglia –questo almeno per i nostri paesi. Gli anziani sentono molti il bisogno di una presenza costante , per esempio andarli a visitare settimanalmente.
    (b) il medico di medicina generale è anche geriatra e insieme ad altre figure professionali come l’infermiera, l’ausiliaria e le visite specialistiche a domicilio, che dovrebbero diventare fattibili, può garantire una buona assistenza; i l medico di famiglia  ha una buona esperienza geriatrica per cui il medico geriatra mi sembra eccessivo .

Intervista all'assistente sociale dell'Alta Valle Brembana

  1. Domanda 1 e 2 non aveva i dati , poi non li ha trovati.

  2. Il comune. i comuni che fanno parte dell’alta valle si sono consorziati e fanno capo all’assistente sociale che lavora due giorni la settimana, e gestisce i servizi di assistenza domiciliare, e passa tutto attraverso il comune. L’anziano in questa zona è seguito molto in casa, ci sono 7 ausiliarie che coprono l’assistenza domiciliare, la maggior parte è seguita dai familiari.Ci sono anche persone che lo fanno privatamente, ora ci sono alcune extra comunitarie. E’ molto importante anche il rapporto di vicinato e il volontariato, che è molto sentito anche se non è formalizzato. Abbiamo organizzato un corso per assistenza domiciliare per i volontari per tutta l’alta valle, ma nonostante la necessità ci sono state pochi partecipanti (6 persone al primo incontro) .

  3. Il comune offre l’assistenza a domicilio attraverso una cooperativa, non hanno aderito Branzi, Valleve, e PiazzaTorre su 20 comuni. Di strutturato non c’è altro, se si esclude qualche progetto che nasce ad hoc su un singolo caso. 

  4. l’assistenza a domicilio ha qualche richiesta. é una competenza comunale.

  5. ADI (assistenza domiciliare integrata ) dall’ASL, attivata dal medico di base, ci sono diversi operatori :dall’infermiere, alla fisioterapista allo psicologo, il geriatra, l’assistente sociale, il fisiatra.
    Poi c’è il SAD, dove il bisogno è assistenziale :cura della persona, igiene personale, dell’ambiente.
    La richiesta in questo caso è rivolta al comune da una persona vicina alla persona con necessità, che manda la richiesta all’assistente sociale che dopo una visita a domicilio valuta le esigenze.
    E’ attraverso il medico che arrivano le comunicazioni, e poi ci sono dei volantini che sono distribuiti ai comuni. Tra il distretto e l’ospedale di S Giovanni Bianco c’è un protocollo d’intesa per cui prima che un anziano  non autosufficiente venga dimesso l’ospedale invia un fax al distretto che organizza una dimissione protetta cioè dopo aver sentito i parenti si attivano tutte le possibili richieste. Il distretto funge da filtro e si attiva su richiesta del medico.

  6. Stiamo facendo il corso per i volontari e poi c’è la psicologa e l’assistente sociale che hanno coordinato i volontari raccolti tramite un corso precedente, la difficoltà è poi di mantenere il gruppo, perché è gente che lavora e proviene da tutta la vallata. Si era costituito un gruppo di una decina di persone che venivano coordinate e indirizzate dalla psicologa in base alle necessità segnalate e alle caratteristiche dei volontari stessi.  Il gruppo pian piano si è sciolto anche perché poco sentito il bisogno del gruppo stesso. Ora proviamo con il corso a ricostituire un nuovo gruppo.Non c’è un unico ente per cui non si coordina nulla , mancano servizi formalizzati. Come distretto facciamo dei ricoveri temporanei, di sollievo, di convalescenza; c’è una convenzione dell’ASL con un servizio centrale ,che si trova ad Albino che programma   questi ricoveri dove l’assistente sociale fa la valutazione dei casi. Ci sono diversi posti convenzionati , ora hanno aperto Axolo e da  luglio c’è stata un’alta richiesta, fino ad ora una trentina di persone ne hanno usufruito  soprattutto in luglio e agosto. Ora la possibilità di ingresso richiede qualche mese di attesa, per cui si deve programmare prima, comunque non vengono evase in ordine temporale di presentazione, si valutano le singole situazioni.

  7. Un aiuto nella vita quotidiana che in parte è soddisfatto dal SAD, che è solo un supporto.

  8. di essere supervisionato dal medico o dall’infermiera, è un supporto , non si sostituisce alla famiglia.

  9. le abitazioni spesso sono inidonee ai bisogni perché sono case vecchie con scale, senza riscaldamento, con porte strette. Ci sono ausili fatti su misura in base all’ambiente in cui vive l’anziano. E’ il fisiatra che fa le prescrizioni in cui servono ausili particolari su richiesta del medico di base.

  10. L’ottica del distretto è quella di potenziare le capacità residue

  11. Forse ci sono a livello parrocchiale. Se viene qualcuno che ha bisogno di qualche cosa consigliamo di rivolgersi al medico o al parroco. Ci sono anche alcune persone a livello personale .

  12. Sicuramente un cambiamento c’è stato infatti la distinzione è tra anziani e grandi anziani. Età media è molto alta, anche se erano presenti anche prima e molti sono attivi fino agli ultimi anni di vita.

  13. La gente della valle economicamente in genere sta bene tuttavia è difficile far passare l’importanza della qualità della vita, perchè non è abituata a spendere. Questo vale sia per gli anziani che per i figli di queste persone. Ad esempio il costo del Sad e di 16000 £ all’ora, è personale qualificato, ma non sono disposti a spendere.

  14. Come ADI c’ è il geriatra che viene attivato ma dietro richiesta del medico di base. E’ utile la sua presenza ad es per curare le piaghe perché ha una conoscenza specifica

Intervista ai famigliari di un'anziana di Valleve

  1. Si tratta di una signora di 82 anni nata il15-8-1918. Professione casalinga e cura della stalla

  2. Vive nella sua casa con una figlia e la nipote.

  3. Ha iniziato a soffrire di esaurimenti nervosi, è stata in coma nel 1970 ora non cammina e necessita assistenza continua. Gli altri tre fratelli non l’aiutano perché la madre prende l’accompagnamento

  4. La madre ha iniziato a soffrire di esaurimenti con la nascita dell’ultimo figlio 44 prima.Da 18 anni abita con la figlia.

  5. Sono vedova da tanti anni e ora la mia vita è qui, per qualsiasi cosa devo dipendere dalle mie figlie. Prima andavo a lavorare ma dovevo seguire sia la mamma che un altro fratello con problemi psichici, da due anni la mamma non cammina più, nell’ultimo anno si è lasciata andare

  6. Ultimamente viene una signora ad aiutarmi per 10’ quando devo alzarla dal letto e verso l’una per metterla a letto. Avevo chiesto in comune per il servizio Sad  ma dovevamo pagarla noi a 16000& l’ora e il resto la regione, d’altra parte la pensione di mio padre è di 350000 lire.Quando ho bisogno ci sono le figlie per spese ecc,

  7. Non abbiamo nessun aiuto, Fino a 5 anni fa era seguita del centro di igiene mentale di Zogno. Ho il materasso ad aria , la carrozzina , ma è difficile sollevarle e d’altra parte in questa stanza, dove ora vive e dorme  perché le camere da letto sono al piano superiore e ci sono le scale , il sollevatore non ci sta. Con i fratelli e la sorella ha litigato.

  8. Non ha richieste. La sanità fa schifo. Non saprebbe nemmeno cosa fare anche qualora avesse qualcuno che la sostituisce perché a Valleve non c’è niente e lei non guida.

  9. Non ha un aiuto perché i costi sono troppo alti

  10. Il problema di questa casa sono le scale e io non posso portarla di sopra per cui tutto da due anni si svolge qui.

  11. Le mie figlie e il medico di base.

Intervista al medico di base di cenate Sotto 1

  1. Due pazienti

  2. Familiari e collaboratori privati- Comunità montana.

  3. Familiari e comunità montana.

  4. Due o tre volte

  5. Cura della persona  e terapie mobilizzanti

  6. Neurologiche e cardiovascolari

  7. Assistenza tecnico- sanitaria e finanziaria

  8. Le case sono scarsamente adeguate. Le indicazioni le dà il medico di base

  9. ASL

  10. Comunità montana

  11. Età molto variabile, non è possibile stabilire un’età media su pochi  numeri

  12. Molto

  13. No

Intervista al medico di base di Pradalunga 1

  1. Dieci non autosufficienti totali, quattordici non autosufficienti parziali

  2. Familiari, comune per gli allettati.

  3. Familiari e le addette al Sad

  4. Non chiamano in quanto il medico fa visita con scadenza settimanale.

  5. Controllo del dolore (soprattutto gli oncologici), alimentazione, supporto psicologico (per paziente e famigliari).

  6. Cardiovascolari, ictus, tumori.

  7. Informazioni igieniche ed alimentari, sicurezza, i bisogni aumentano in presenza di demenze.

  8. Non sono adeguate. Le famiglie si adattano arrangiandosi. Si rivolgono al distretto sanitario per ausili.

  9. All’assessore dei servizi sociali e al servizio sad.

  10. “Il Volto “ di Cornale, associazione che ha un rimborso spese dal Comune.

  11. 80-84 anni, chi supera gli 85 va avanti bene.

  12. Chi ha più soldi sta meglio, ma in genere tutti hano, considerato la rete sociale del paese. I ricchi ottengono prima.

  13. Da un punto di vista tecnico sì, comunque basta il Medico di base. Tante figure disturbano l’anziano.

Intervista al medico di base di Pradalunga 2

  1. 20

  2. Familiari, Comune, collaboratori privati.

  3. 50% famiglia, 50% sad.

  4. Di solito non chiamano perché esiste l’assistenza programmata con scadenza mensile, quindicinale o settimanale in base alle necessità.

  5. Di essere curati e di sollievo dal dolore.

  6. Vascolari, cardiache, artrosi, demenze.

  7. La soluzione di problemi legati ai sussidi adatti ad alleviare la non-autosufficienza.

  8. Le abitazioni non sono adeguate, gli anziani non sono abbandonati.

  9. (non risponde)

  10. Due associazioni: il Volto e la San Vincenzo.

  11. Attualmente dagli 80 anni.

  12. Non influisce molto.

  13. Ipotesi bocciata: non voglio che succeda come con il pediatra di base. Il medico di medicina generale deve prendersi in carico la persona dalla nascita alla morte.

Intervista all'assistente sociale di Pradalunga

  1. Non so. Come SAD c’è una rotazione annuale di 20-30 persone, variabile per morte e ricovero.

  2. Venti famiglie all’anno. Non so quante ne avrebbero la necessità.

  3. Famigliari, comune, collaboratori privati.

  4. SAD, telesoccorso, pasti, trasporto. Sono pubblicizzati tramite un volantino.

  5. Servizio pasti e SAD, costo da zero a otto mila lire all’ora. Il servizio dei pasti era gratis fino al ’97, con il regolamento si paga £ 7.500 per tutti.

  6. Nessuno.

  7. ASA coordina le due associazioni Il Volto e San Vincenzo.

  8. Igiene personale e supporto psicologico.

  9. Avere un riferimento per tutto. Per intenderci è significativa la frase in dialetto.

  10. Il 30% delle abitazioni non sono adeguate.

  11. La rete famigliare e sociale è molto intensa. Due organizzazioni volontarie Il Volto e la San Vincenzo.

  12. A settanta anni. Sì un innalzamento.

  13. Incide al 100%. Esempio il professor X malato di Alzheimer vive da solo assistito 24 ore da una cooperativa privata.

  14. Si, attualmente faccio riferimento al medico di medicina generale.

  15. Si.

Intervista ai famigliari di Pradalunga A

  1. Età 80 anni- nato a Pradalunga- Ha lavorato 10 anni alla Pirelli e 5 anni da cameriera

  2. Una figlia  di 44 anni

  3. Diabete, cardiopatie, ischemia, artrosi deformante, osteoporosi

  4. A 26 anni. Invalidità civile di lavoro a 74 anni

  5. Tutto- la figlia ha chiesto il part-time e segue la madre.

  6. La figlia

  7. SAD- il medico di M.G. (buoni). Volontari e amici

  8. Più ore da parte del SAD

  9.  

  10.  

  11. Rete di amici

Intervista ai famigliari di Pradalunga B

  1. 84 anni è nato a Pradalunga. A26 anni lavorava nelle Pietre Coti, poi alla Marelli. A 49 anni è stato riconosciuto invalido psichico

  2. Vive con una sorella di 68 anni

  3. Morbo di Parkinson

  4. A tre anni è stato colpito dalla spagnola ,e poi è stato ricoverato in diversi istituti

  5. poche, di natura è una persona molto buona.

  6. La sorella e il SAD

  7. SAD molto positivo

  8.  

  9.  

  10.  

  11. Assistente sociale.

Intervista assistente sociale Gorle

  1. Dieci persone segnalate

  2. Dieci famiglie si rivolgono al comune . Non risulta che ve ne siano altre

  3. I familiari e il comune

  4. Servizio pasti a domicilio- Su richiesta si accompagnano a fare i prelievi - SAD.

  5. SAD e servizio pasti

  6. Verifiche ogni 15 giorni per il coordinamento SAD

  7. Comune

  8. Compagnia. Igiene personale. Governo della casa

  9. Supporto nella gestione del paziente

  10. Sì sono adeguate

  11. Parenti. Rete familiare allargata – Comune

  12. --

  13. Parecchio, chi è economicamente agiato non richiede alcun intervento

  14. Esiste già presso l’ASL. E’ colui che verifica le condizioni per aver diritto ai sussidi.

  15. No

Intervista al medico di base di Gorle 1

  1. Su una popolazione di 5000 abitanti gli anziani sono 700, tra questi oltre 100 sono oltre gli 80 anni e 44 non sono autosufficienti

  2. Familiari e collaboratori , in base al reddito

  3. Familiari

  4. Ogni 15 giorni

  5. Controllo della pressione, controlli relativi alla patologia- richiesta di prestazioni mediche specialistiche.

  6. Cardiopatie- demenza senile- broncopatie croniche- complicanze da diabete.

  7. Aiuto nell’assistenza

  8. In genere sono adeguate. Il medico dà indicazioni

  9. Comune- ASL- Medico di base.

  10. Pasti a domicilio- volontari- SAD

  11. --

  12. --

  13. Sì, esiste già all’ASL

  14. No

Intervista a Beppe Imberti Auser

  1. In quali di questi comuni è presente l’Auser?
    Gorle - No
    Pradalunga - No
    Cenate sotto – No
    Alta Valle Brembana – San Giovanni Bianco
    Chiuduno – Si
    Pontirolo Nuovo – Si
    Martinengo – Si
    A San Giovanni Bianco si fa assistenza domiciliare perché il comune non si impegna per niente. Negli altri comuni non perché non sarebbe nostro compito.

  2. Quale tipo di intervento e proposte fate? Trasporto pasti; assistenza domiciliare di appoggio e compagnia (collaborazione); trasporto vari; apertura e chiusura cimiteri e piattaforme ecologiche, palestre e parchi; assistenza all’interno delle case di riposo.

  3. Quante persone vengono coinvolte nelle attività? 450 persone iscritte e assicurate (hanno impegni periodici), fino a 700 altri volontari.

  4. Quali rapporti con i comuni e i distretti? Con i comuni i rapporti in convenzione, con i distretti nulli.

  5. Quali rapporti con i medici di base? Con i medici di base e con le assistenti sociali momenti di collaborazione saltuaria. Solo per fare il punto su alcune situazioni.

  6. Spesso c’è la collaborazione con tutte le associazioni; non ci sono mai stati problemi di incomprensione.

  7. Osservazioni in generale sull’offerta dei servizi per anziani in famiglia: l’auser non deve sostituirsi ai dipendenti del comune o dell’Asl. Può solo fare un servizio di aiuto o collaborazione col personale addetto. Si auspica un coordinamento sul territorio di tutte le associazione, compresi i centri diurni anziani.

Fonti utilizzate

Taccani Patrizia, “Dentro la cura”, FrancoAngeli, 1994;
Tramma Sergio, “Il processo di aiuto domiciliare”, Unicopli, 1991;
Istat, “Rapporto annuale. La Situazione sociale del Pese nel 2000”, Roma,2000.
Irer, “”Anziani: stato di salute e reti sociali”, Guerini e Associati, 2000.


Introduzione ai lavori del Convegno, a cura di Gianni Peracchi e Cecilia Bonomi

I temi della qualità della vita, della cura e dell’assistenza delle persone anziane, si sono molto sviluppati negli ultimi anni ed oggi hanno assunto notevole rilevanza.
Il positivo innalzamento dell’età anagrafica e dell’invecchiamento, l’aumento dell’incidenza degli anziani sulle rimanenti fasce di età della popolazione, suggeriscono alla politica una nuova e più attenta riflessione sulla portata di questi problemi.
Semplificando molto, si può dire che fino ad una quindicina di anni or sono i termini con i quali li si affrontava - dopo il superamento di una lunghissima fase in cui la struttura familiare e le condizioni economico e sociali consentivano agli anziani di offrire e ricevere assistenza in casa (tale situazione permane in modo ancora diffuso in larghe fasce del centro e del sud del nostro Paese) - consistevano nella ricerca della istituzionalizzazione e del ricovero dell’anziano in una struttura residenziale.
La stessa evoluzione delle case di riposo si caratterizzava, almeno in Lombardia, certamente nella nostra provincia,  per un rilevante incremento di posti letto ed un alto livello di sanitarizzazione.
Questo nonostante gli encomiabili sforzi di alcune strutture e di molti operatori del settore di umanizzazione e di animazione delle Residenze sanitarie assistenziali.
Ciò è stato anche dovuto all’aumento ed al riconoscimento delle patologie cronico degenerative proprie della grande vecchiaia, legate appunto al fenomeno dell’aumento dell’età di vita.
Generalmente anche i diversi livelli organizzativi della rappresentanza, politici, associazionistici, sindacali si sono concentrati molto sui temi legati ad una comoda ed economica permanenza degli anziani nelle strutture residenziali.
Basti pensare ad alcuni di essi, interessanti sotto il profilo qualitativo, quali la valutazione della qualità percepita nelle Residenze sanitarie assistenziali, le carte dei servizi, le politiche delle rette e la vertenzialità – almeno in Regione Lombardia - per la loro integrazione relativamente ai costi sanitari.
Basti ancora guardare ai numeri della nostra provincia: 56 R.S.A. “accreditate”, 70 p.l per Alzheimer. 2983 p.l. per n.a.t., 1580 pl. per n.a.p, soltanto 5 centri diurni integrati, realizzati, peraltro, da poco tempo, un livello medio di assistenza domiciliare e di assistenza domiciliare integrata complessivamente basso, per capire come l’attenzione sia stata prevalentemente e per molto tempo focalizzata sulle strutture adibite al ricovero.
A Bergamo città soltanto 400 anziani (in città e nell’hinterland, Isola compresa, sono 53.000 le persone con più di 65 anni) risultano ricevere in qualche modo aiuto presso la propria abitazione.
Da qualche tempo è però tornato alla ribalta un altro punto di vista nell’affrontare i problemi legati alla qualità della vita ed all’assistenza della popolazione anziana, rimasto per troppo tempo latente e relegato, nello spirito dei provvedimenti normativi che hanno attraversato gli ambiti socio assistenziali degli ultimi tempi, alla sola declinazione sul piano teorico.
Ci riferiamo al tema della domiciliarità, della possibilità, DEL DIRITTO di ricevere cura ed assistenza presso la propria abitazione o, comunque, presso il proprio ambiente familiare.
Questo punto di vista nuovo è stato rafforzato dalle scelte operate dalla recente legislazione nazionale in materia di assistenza ma anche da considerazioni di carattere squisitamente economico.
I costi per mantenere in residenza un anziano sono, senza dubbio, maggiori di quelli che si dovrebbero sostenere per assisterlo a casa.
In ambito socio assistenziale si ripropone un po’ il modello sanitario, in particolare riferito all’onerosità delle spese ospedaliere rispetto a quelle della medicina di base e del territorio.
E proprio come nell’ambito sanitario si sconta un limite culturale importante. Duro da rimuovere.
Si pensa cioè che il ricovero sia risolutivo dei problemi dell’ammalato o dell’anziano e della sua famiglia.
Spesso non è così!
Certamente non lo è per la persona anziana che abbia ancora margini di autonomia e di consapevolezza.
Molti anziani, catapultati in ambienti sconosciuti, non familiari, in spazi che non appartengono loro e che non conoscono, tendono a deperire molto più facilmente e rapidamente.
Insomma, in moltissimi casi il ricovero è una risposta impropria ed inadeguata.
Tuttavia, specialmente per quanto riguarda le persone anziane, non esiste nel nostro territorio una rete alternativa di servizi che promuova ed incentivi il mantenimento a domicilio dell’assistito, sufficientemente sviluppata o, quantomeno, organizzata.
Salvo qualche eccezione in alcuni distretti.
Inoltre la frammentazione e la diminuzione in termini numerici dei componenti i nuclei familiari frappongono un ostacolo formidabile alla permanenza al proprio domicilio delle persone anziane, bisognose di assistenza.
Ci riferiamo, ovviamente, ai casi in cui tale permanenza sia possibile, con esclusione quindi di tutte quelle patologie “acute” o “gravi” non assistibili in casa.
Come dicevamo, dunque, il tema della domiciliarità è tornato alla ribalta.
Diverse però sono le indicazioni concrete per muoversi in questa direzione date dalle forze politiche, dai territori, dalle istituzioni.
Semplificando nuovamente si può dire che nel contesto attuale sono due i modelli a confronto.

Diritto individuale all'assistenza, rete di servizi, offerte molteplici diversificate (voucher e buoni compresi), utilizzazione  di funzioni di controllo e di orientamento.
Questo primo modello consiste nel progettare  e realizzare una rete di servizi, partendo da quelli consolidatisi nei territori, una pluralità di offerta, sulla base, naturalmente, delle diverse esigenze della popolazione, di quella anziana in particolare, che permetta ai soggetti più deboli di muoversi “agevolmente” in questa rete, trovando sempre qualche aiuto, qualche risposta ai propri bisogni, qualche utile e qualificato punto di riferimento.
Si è superata anche in questo caso una sorta di vecchia e logora visione assistenzialistica e centralista con la valorizzazione in qualità di soggetti attivi dell’individuo, con il suo bagaglio di problemi, e dei suoi familiari, in un contesto fortemente decentrato, radicato nel territorio, dove trova notevole valorizzazione il principio dell’auto-aiuto ma non per questo viene meno la programmazione di servizi e l’erogazione di prestazioni.
Un sistema variegato, amico, soggetto ad analisi e controlli.
Un sistema  basato su livelli essenziali di assistenza su scala nazionale ma anche capace di cogliere le differenze e le peculiarità dei singoli territori in modo da consentire le risposte più giuste e mirate a bisogni che non sono sempre gli stessi.
Un sistema partecipato, alla cui gestione concorre una pluralità di soggetti gestori, pubblici, privati, del terzo settore, ma la cui regia rimane sempre e comunque in capo ad un soggetto che svolge una funzione pubblica, in particolare l’ente locale, quello cioè più vicino al cittadino ed al pensionato.
In questo sistema, proprio di un modello di welfare moderno, innovativo, partecipato e per certi versi anche più sostenibile economicamente – almeno in ragione del rapporto costi-benefici – può trovare un forte sviluppo, con importanti implicazioni di natura occupazionale e di integrazione plurietnica, la cosiddetta economia (o mercato) sociale.
Sviluppo caratterizzato proprio sotto il profilo dell’assistenza nei paesi, a domicilio, in abitazione.
E’ sufficiente guardare alla rete che già oggi funziona,  organizzata ed efficiente - anche se in larga misura sommersa - presente in quasi tutti i paesi della nostra provincia, dell’assistenza domiciliare fornita prevalentemente da operatori stranieri.
Inoltre, data la sua complessità, questo sistema necessiterà in misura sempre maggiore di figure o di luoghi di orientamento, di informazione, di segretariati sociali, di sportelli che aiutino a trovare i soggetti più idonei ed adeguati a rispondere alle proprie esigenze ed ai propri problemi.
La legge di riforma sull’assistenza, approvata alla fine del duemila, anche se presenta dei limiti di natura economica di un certo rilievo, incardina in sé le caratteristiche di questo modello.
Va anche detto, ad onor del vero, che la legislazione lombarda in materia di integrazione socio sanitaria assistenziale e di disciplina dei servizi sociali aveva anticipato nel corso degli anni ottanta - novanta alcuni di questi principi.
In questi ambiti e con queste caratteristiche, i buoni socio assistenziali o i voucher per l’acquisto di prestazioni possono diventare, così come accade in altri paesi, una opportunità, tra le altre, di notevole sviluppo delle politiche socio assistenziali, in particolare di quelle prevalentemente incentrate sulla domiciliarità dell’assistito.
Possono anche assolvere ad una funzione di emersione del lavoro di cura spesso effettuato “in nero”, ne abbiamo brevemente accennato prima, da una fascia sempre più numerosa di cittadini/e extracomunitari.

Assegni o voucher, devoluzione delle responsabilità e degli oneri a carico delle famiglie e dei singoli individui
Il secondo modello, anticipato e sperimentato da qualche anno in regione Lombardia, è quello della completa liberalizzazione del mercato sanitario e sociale mediante l’assegnazione, nel secondo caso, di assegni di cura alle famiglie che assistono i propri anziani in abitazione.
Oppure in ambito sanitario, mediante la “presunta libertà” di acquisto di ogni genere di prestazioni presso le strutture pubbliche o private convenzionate del sistema.
Non ci soffermeremo, per ovvie ragioni di tempo e di pertinenza con il tema del convegno odierno, sui clamorosi limiti economici e qualitativi dimostrati dal modello sanitario voluto dalla giunta Formigoni.
Ci limitiamo solamente a ricordare le critiche, di queste settimane, sul mancato governo della spesa sanitaria e sul deficit provocato, in modo significativo, dalle politiche della nostra giunta e di chi ha voluto seguirla nell’organizzazione del sistema sanitario, avanzate dalla Corte dei Conti, dalla Commissione Europea, dalla Banca d’Italia e a ribadire la denuncia della pericolosità della previsione, contenuta nel recente piano socio sanitario regionale, di estendere il modello di acquisto e vendita delle prestazioni al settore socio assistenziale.
Questo sistema è tanto accattivante sotto il profilo della “comunicazione” della “percezione” che ha determinato nella gente, quanto inefficace in termini strutturali, non in grado di dare risposte adeguate sotto il profilo sociale ed economico ai bisogni di assistenza della popolazione.
Per tornare più specificatamente agli ambiti socio assistenziali, in Lombardia ne abbiamo un esempio concreto.
Il graduale depotenziamento dei servizi territoriali (vedi i tagli ai servizi delle ASL e quelli ai finanziamenti – alla faccia del federalismo – ai comuni, accompagnati da un aumento delle loro responsabilità e funzioni) e la sostituzione di politiche attive con politiche di devoluzione delle responsabilità e degli oneri connessi da parte della regione, compensati dalla introduzione del buono socio assistenziale si sono, infatti, dimostrati provvedimenti fallimentari.
Lo dimostrano i numeri:
a partire dal mese di aprile nel 2001, attraverso il reperimento di risorse dal sistema sanitario, a Bergamo  sono stati assegnati 708 assegni mensili a chi assisteva un anziano a casa che già percepisse l’indennità di accompagnamento.
Il buono è stato erogato a chi aveva più di 75 anni ed in presenza di determinate condizioni economiche, legate al reddito e non invece alla situazione patrimoniale.
Il buono è stato speso in molti casi per l’acquisto di prestazioni prevalentemente sanitarie, che quindi dovevano già essere a carico del servizio sanitario e non del cittadino o dei suoi familiari, e non si è potuto impiegare per pagare assistenza erogata da soggetti diversi dai parenti dell’assistito.
Il risultato finale è che una esiguità assoluta di risorse, ribadiamo, stornate dal fondo sanitario, ha di fatto “esteso” l’indennità di accompagnamento di 708 anziani, dagli 89 anni in su, a fronte di una domanda certificata (non quella dunque, ben più ampia, rilevata dai sindacati dei pensionati) di 2142 casi.
Ciò ha determinato un profondo malcontento in molte famiglie a cui era stato lasciato intendere che con questo genere di finanziamento avrebbero potuto trovare una soluzione ai loro problemi.
Non solo!
Chi ha ricevuto il buono, secondo una scarna indagine commissionata ad una società specializzata dalla giunta regionale, per effettuare una prima analisi dell’impatto di questo strumento nel territorio lombardo, ha trovato comunque difficoltà nel districarsi tra i servizi offerti ed ha preferito nella generalità dei casi trattenerlo per se senza nessuna dimostrata correlazione tra efficacia del finanziamento ed aumento delle condizioni di assistenza dell’anziano od aumento del sollievo per i suoi familiari.
Nessun effetto dimostrato neppure sul versante della diminuzione dei ricoveri in strutture residenziali.
Un impatto minimo, dunque, in termini di risorse; assolutamente casuale; inefficace; teso a scaricare ad altri le responsabilità proprie di un ente locale che voglia davvero governare le politiche socio assistenziali del territorio e garantire adeguate risposte ai soggetti più disagiati.
Purtroppo per il 2002, almeno fino alla fine di questo mese, le graduatorie ed i requisiti per l’accesso al buono sono stati di fatto congelati.
Anzi, la previsione di 60 miliardi per il 2002, a condizioni invariate, significa una diminuzione ulteriore dei beneficiari, in quanto i 50 miliardi dell’anno scorso coprivano 9 mensilità invece di 12.
Inoltre i finanziamenti per l’assistenza domiciliare sono rimasti pressoché invariati negli ultimi anni  quando, addirittura, non hanno subito una diminuzione.
Tornando agli aspetti che riguardano la promozione della domiciliarità, va detto che la ricerca di Carol Angelini e del gruppo dello Spi di Bergamo, ha evidenziato, anche prima della sperimentazione del buono nel nostro territorio, la grande domanda da parte delle famiglie di orientamento, di aiuto informativo, psicologico, di mezzi concreti per assistere gli anziani a domicilio.
Un aiuto, insomma che un assegno da solo non può certo dare.

Le scadenze di questi giorni per la realizzazione dei piani di zona (ex legge 328/2000) e la piattaforma unitaria di Spi CGIL, Fnp CISL e UILP Pensionati di Bergamo
I sindacati dei pensionati vantano una positiva tradizione unitaria che ha prodotto nel corso del tempo richieste, organizzate in vere e proprie piattaforme, per la tutela della popolazione anziana e per la promozione dei diritti e della qualità della vita di chi  è in pensione.
Questo vale a livello nazionale ed a livello regionale ed è oggi rappresentato dalle piattaforme unitarie licenziate nelle scorse settimane e dal confronto difficile, assiduo ed anche conflittuale negli ultimi tempi, con l’assessorato lombardo alle politiche assistenziali.
Le rivendicazioni avanzate dai pensionati si articolano su diversi livelli.
Tra queste risultano prioritarie la richiesta di un fondo nazionale per la non autosufficienza, con la campagna per la raccolta di firme per il varo di una specifica Legge, e l’aumento degli interventi e delle politiche tesi ad incentivare il mantenimento dell’anziano presso il proprio habitat domestico e familiare.
Anche a livello locale, in misura assai più modesta, ci siamo avvicinati alle scadenze di questi giorni per la realizzazione della Legge sull’assistenza – vale a dire la prima definizione dei cosiddetti piani di zona e dei relativi accordi di programma – con un buon livello di elaborazione unitaria.
Innanzitutto esistono delle linee e delle indicazioni comuni elaborate con la Camera del Lavoro, di concerto con le categorie interessate.
In secondo luogo, per quanto riguarda le organizzazioni dei pensionati, è stata concordata una sorta di piattaforma unitaria a supporto ed a sostegno del confronto nei singoli ambiti distrettuali, ferma restando l’autonomia più assoluta delle diverse delegazioni “trattanti” di adeguare queste indicazioni alle peculiarità delle diverse porzioni di territorio, sulla base delle loro specifiche caratteristiche ed esigenze.
Quello che a noi interessa sottolineare in questo contesto è che in ambedue i documenti spicca come prioritaria e necessaria la richiesta di potenziamento dei servizi di assistenza domiciliare.
Da quella normale, di cura dell’ambiente, dell’alimentazione e dell’igiene, della compagnia a quella più complessa ed articolata che rientra sotto la definizione di assistenza domiciliare integrata.
Va detto che nella nostra provincia i livelli di assistenza domiciliare sono molto disomogenei, così come pure, del resto, lo sono quelli della presenza di servizi socio assistenziali.
Riteniamo quindi che la discussione di questi e dei prossimi giorni sui piani di zona sia una buona occasione per rendere operative le elaborazioni teoriche che anche oggi tenteremo di mettere a fuoco.
Le osservazioni, rapide e non certo sufficientemente approfondite di questa introduzione, dovrebbero essere supportate, arricchite, integrate e migliorate dagli autorevoli interventi che seguiranno e dall’analisi fatta sul campo con la ricerca effettuata dal gruppo Monitor, coordinato da Carol Angelini. L’obiettivo è quello di passare dalle riflessioni di un convegno ad azioni concrete e positive che promuovano la domiciliarità e l’affermazione dei diritti delle persone anziane, anche di quelle con problemi di autosufficienza, nel nostro territorio.
Prima di procedere con gli interventi permetteteci una segnalazione doverosa:
tra le autorevoli relatrici e relatori abbiamo anche chi, all’inizio degli anni novanta, ha promosso, con una ricerca supportata dallo Spi e dalla Camera del lavoro di Bergamo insieme ad altre qualificate esperte,  la stesura un libro che oggi figura tra i riferimenti bibliografici più importanti per i ricercatori ed i rappresentanti del mondo accademico ed istituzionale che si occupano di welfare e di politiche per l’assistenza: Care Giver, dentro la cura.
Infine un caloroso ringraziamento ai nostri ospiti ed a tutti coloro che oggi sono presenti in sala.

Cecilia Bonomi e Gianni Peracchi