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TAMPONI DIRETTAMENTE IN AEROPORTO A PALERMO, CATANIA, CAGLIARI, CIAMPINO, FIUMICINO… La ex “malasanità” del Sud sorpassa Bergamo e la Lombardia per efficienza nella gestione dell’epidemia

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Se un viaggiatore che rientra da una delle zone a rischio scende dall’aereo e prima di mettersi in “isolamento fiduciario” a casa sua, in attesa del tampone cui deve sottoporsi entro 48 ore dall’ingresso in Italia (Ordinanza Ministero della Salute 12 agosto 2020), prende l’autobus, o il treno, o deve fare ore di coda (con distanziamento scarso o nullo, come si è ben visto), i rischi di contagio aumentano. Tanto più che la misurazione della temperatura corporea, cui il viaggiatore viene sottoposto alla frontiera, non serve praticamente a nulla (“Nove su dieci sono asintomatici” dice un infettivologo sui giornali di oggi).

Il fatto che all’aeroporto di Orio al Serio non sia possibile effettuare il tampone immediatamente all’arrivo, come invece avviene in gran parte d’Italia, espone a rischi, prima di tutto, il personale dell’aeroporto, il personale del posto di Polizia e di tutti i servizi dell’indotto, e poi tutte le altre persone con cui il viaggiatore entra in contatto.
È l’ennesima prova di inefficienza e imprevidenza da parte di chi ha la responsabilità di programmare e coordinare tutta l’attività di prevenzione e sorveglianza (cioè l’Azienda Sanitaria Locale, dice l’O.M.; quella che in Lombardia si chiama ATS).
È un bene che ora, avvalendosi del sottopassaggio che attraversa l’autostrada, si possa arrivare al Centro Commerciale Oriocenter e fare i tamponi almeno presso la struttura “Smart Clinic” del gruppo San Donato (ma bisognerà vedere se quello che è un semplice ambulatorio, sarà in grado di gestire gli elevatissimi numeri dei passeggeri di quello che è, ormai, il terzo scalo a livello nazionale). È un bene ma è un altro segno dell’arretramento del servizio pubblico rispetto alla sanità privata.
In aggiunta a tutto ciò va denunciata la grave irresponsabilità di Regione Lombardia. Nell’Ordinanza del Presidente Fontana si limita ai soli “residenti o domiciliati” in Lombardia il servizio dei tamponi, peraltro senza obbligo di isolamento fiduciario nel frattempo. Come se il problema fosse solo loro e non del rischio di contagio per tutte le persone con cui entrano in contatto.