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DONNE E LAVORO, L’EMERGENZA COVID PEGGIORA IL DIVARIO. Peracchi e Gagni (CGIL): “Servono investimenti per riequilibrare i diritti”

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Il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa, che aveva già subito qualche contraccolpo prima della pandemia, è peggiorato ulteriormente negli ultimi mesi ed è la componente femminile a pagarne il prezzo più alto.

Il saldo negativo tra assunzioni e cessazioni a maggio di quest’anno, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, è stato di 3485 donne e 3202 maschi, in un mercato del lavoro (quello del settore privato) in cui l’occupazione femminile pesa poco meno del 40%.
Si amplia, quindi, la differenza tra i generi, con la conferma della storica criticità rappresentata dal basso livello dell’occupazione femminile (il 53,7% nel 2019, a fronte del 78,6% maschile). Criticità che, insieme ad un basso livello di capitale umano, alla frammentazione istituzionale e alla necessità di un adeguamento delle principali infrastrutture rappresenta un punto di debolezza del nostro sistema socio economico. Un sistema che si colloca, in ogni caso, ai vertici alti delle classifiche nazionali ed europee.
Sono molti gli indicatori (purtroppo peggiorati con il Covid) che evidenziano la necessità di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di efficaci politiche di conciliazione vita – lavoro per ridurre il gap di genere nel mercato del lavoro e per rendere più equa la distribuzione del tempo impiegato in azioni di cura e per le quotidiane attività domestiche tra uomini e donne.
Un primo intervento interessante, seppur parziale, per superare qualcuno di questi ostacoli è la revisione degli assegni al nucleo familiare e l’istituzione dell’assegno unico per i figli fino a 21 anni.
Fino a poco tempo fa la paga oraria media del settore privato era di 15,10 euro per i maschi e di 13,37 per le donne, differenza significativa che si aggiunge alla differenza, ben maggiore, di tempo di lavoro. Questo gap si riflette, ovviamente, anche sulle pensioni.
Tra i pensionati bergamaschi maschi over 65 anni solo il 9,4% percepisce meno di mille euro lordi al mese a fronte di un rotondo 40,2% delle pensionate (dati 2018).
Il percorso di inclusione al lavoro delle donne si è fatto, dunque, più difficile.
Anche per questo i principi della work-life balance, emanati all’interno dei 20 pilastri europei dei diritti sociali del 2017, vanno concretizzati rapidamente e devono costituire una delle priorità nei piani di investimento nazionali finanziati dai fondi europei. Intervenire sull’organizzazione flessibile al lavoro, sul sistema dei congedi, sui servizi di assistenza, sullo sviluppo delle pari opportunità anche nell’ambito della famiglia diventa davvero strategico.
In Germania, senza andare troppo lontano, il tema della conciliazione è diventato centrale nel dibattito delle politiche pubbliche, tanto che si sta puntando, attraverso l’introduzione di norme di diverso livello, al cosiddetto dual earner-carer model, un modello che dovrebbe avvicinare l’obiettivo della parità di genere nella gestione delle cure familiari e del lavoro. L’Italia e Bergamo in particolare si distinguono storicamente per un’asimmetria nella divisione dei ruoli all’interno della coppia. Questo anche a causa della presenza di un modello di welfare piuttosto diffuso (specie per quanto riguarda i servizi all’infanzia e la non autosufficienza), che si distingue per un’offerta di servizi pubblici di cura ridotta e la forte attribuzione di responsabilità diretta alla famiglia. La percentuale di utenti dell’asilo nido (10,9%) sul totale della popolazione di riferimento (0 - 2 anni), rilevata qualche tempo fa nella provincia di Bergamo, era molto bassa se confrontata con la maggior parte delle province lombarde.
Ed un modello di welfare “caricato” prevalentemente sulla famiglia tradizionale, la cui struttura è profondamente mutata rispetto a pochi decenni or sono, rischia di essere troppo debole.
Infatti, nell’epoca del coronavirus particolari criticità riguardano le famiglie unipersonali (che costituiscono ben il 46% dei nuclei familiari del comune di Bergamo nel 2020), i genitori single, che affrontano in contemporanea l'emergenza lavorativa e quella familiare e le famiglie (poche) molto numerose. Il Comune di Bergamo nel 2017 ha censito 7.856 nuclei monogenitoriali pari al 13,6% del totale delle famiglie, una percentuale molto alta se confrontata con il dato nazionale e del Nord. Relativamente alle problematiche di queste famiglie non sono disponibili stime a livello locale, ma solo statistiche nazionali. Ad esempio, nel 2016 le madri sole erano occupate nel 63,8% dei casi, per il 24,4% erano inattive e per l’11,8% disoccupate. Tra i padri soli la quota di occupati si attestava al 77,1%. Relativamente alle condizioni economiche, sempre con riferimento al 2016 le madri sole a rischio di povertà o esclusione sociale erano il 42,1%, una quota decisamente superiore a quella riscontrata tra le madri in coppia (29,3%). Considerando in particolare l’incidenza della povertà assoluta, tra le madri sole con figli minori era pari all’11,8% rispetto al 7,9% del totale degli individui.
I dati riferiti al comune capoluogo evidenziano, purtroppo, una tendenza costantemente in aumento, all’individualizzazione degli stili di vita, ben rappresentata dall’elevata percentuale (17,4%) di famiglie costituite da anziani ultra65enni, principalmente donne, che vivono soli.
In conclusione possiamo dire che ridurre, fino a superarle, le differenze di genere, ed incrementare le quote di occupazione femminile (e giovanile) non può che agevolare un reale progetto di ripresa economica e di crescita demografica, paritaria, del nostro paese e del nostro territorio.