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DATI ISTAT, PERACCHI E AMBONI, CGIL DI BERGAMO: “BENE A UN PRIMO SGUARDO, MA NELL’ANALISI DEI NUMERI PIÙ DI UN CAMPANELLO DI ALLARME”

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A proposito dell’ultima rilevazione mensile dell’Istat sull’occupazione in Italia, diffusa lunedì e presentata con toni dai tratti trionfalistici dal governo, intervengono oggi Gianni Peracchi, segretario generale della CGIL di Bergamo, e Orazio Amboni del Dipartimento Mercato del Lavoro CGIL provinciale.

“I dati di maggio sull’occupazione forniti dall’Istat sembrerebbero far ben sperare. Sono stati annunciati con molta enfasi dai rappresentanti del governo e saremmo ben felici se fossero confermati, si rivelassero strutturali e avessero un’estensione almeno annuale. Saremmo ancora più contenti se la qualità del lavoro dei nuovi occupati migliorasse rispetto a quella attuale. Purtroppo, però, se andiamo più in profondità nell’analisi dei numeri, sentiamo suonare più di un campanello di allarme.
Il primo riguarda l’andamento non positivo dell’economia italiana. Si sa, infatti, che i riflessi occupazionali, in positivo o in negativo, arrivano con parecchio ritardo rispetto all’andamento dell’economia di un paese.
In questo caso i dati occupazionali potrebbero aver risentito della ripresa economica, seppur minima, di fine 2017 inizio 2018 che però oggi risulta in forte rallentamento e non fa quindi presagire nulla di buono per il futuro.
Il secondo è che se si analizzano le differenze (quanti occupati), mese su mese, dal maggio del 2018 ad oggi registriamo un trend in continua diminuzione.
Il terzo è che si tratta di stime e di una valutazione su un periodo troppo breve. Sarebbe più utile valutare le verifiche a consuntivo e l’andamento almeno su base annua.
Altra accortezza da tenere presente è che l’aumento dell’indice di occupazione risente di una vera e propria esplosione dei rapporti di lavoro stagionali, considerato anche il periodo pre-ferie in cui solitamente si programmano le attività turistico alberghiere dell’estate, e delle partite IVA. Quest’ultimo fenomeno può trovare spiegazione nelle consistenti agevolazioni che questa tipologia di rapporto di lavoro, fino ad un tetto di 65.000 euro l’anno, ha avuto in base alla recentissima normativa.
E qui sta un altro punto dolente che va ben oltre l’iniquità del trattamento fiscale di una partita IVA a 40.000 euro rispetto a un dipendente o a un pensionato che percepiscano lo stesso reddito. Va oltre nel senso che l’ammiccante agevolazione fiscale rischia che molti datori di lavoro ricorrano a prestazioni di lavoro subordinato mascherate da Partite Iva.
Il prestatore d’opera che accondiscendesse a questa formula avrebbe un vantaggio economico nell’immediato ma non avrebbe riconosciute le quote di salario indiretto, che pure sono significative e importanti, dal trattamento di fine rapporto ai contributi pensionistici versati dal datore di lavoro.
Nemmeno avrebbe riconosciute ferie, infortuni, malattia ed altre agevolazioni normative contenute nei CCNL nazionali ed aziendali o previste dalla normativa che disciplina il lavoro subordinato. Insomma, si corre il rischio di una vera e propria metamorfosi - e non certo in meglio - del lavoro subordinato, quando da tempo il sindacato propone una unificazione e una omogeneizzazione delle innumerevoli formule presenti nel mercato italiano.
Le nostre proposte vanno dall’accorpamento dei settori contrattuali, all’estensione dei minimi contrattuali a tutti i dipendenti, all’unificazione di diritti e tutele. Si prefiggono di realizzare l’obiettivo della piena inclusione e di evitare la proliferazione di forme di vero e proprio dumping contrattuale.
Se a tutto questo si aggiunge la questione del salario minimo e la consapevolezza della portata dei processi di trasformazione del lavoro in atto, con l’automazione e la digitalizzazione che galoppano, capiamo bene che abbiamo di fronte una lunga e laboriosa discussione in cui vogliamo essere protagonisti. Enfasi e propaganda, sarebbe utile uscissero di scena per lasciare il posto a un confronto di merito”.