Questo Sito Utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sul sito. Continuando la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.

Il "chiudiamo tutto" di Regione Lombardia diventa nei fatti un chiudere niente

L’irresistibile pulsione di Regione Lombardia a volersi differenziare dal Governo nazionale, anche in momenti di gravissima difficoltà fa solo confusione e danno

Con un percorso difficile e complesso il Governo ha pubblicato, col DPCM 22 Marzo, l’elenco delle attività produttive ed economiche possibili mentre tutte le altre vengono sospese. Un lavoro difficile, concordato con le parti datoriali e sindacali, difficile perché si tratta di individuare concretamente quali attività è assolutamente indispensabile che restino attive e quali invece no.
Mentre questo lavoro procedeva, nei giorni scorsi, è continuata un’irresponsabile e martellante campagna di Regione Lombardia all’insegna dello slogan “chiudiamo tutto!”; uno slogan, appunto, che se applicato così com’è stato proclamato, avrebbe portato alla paralisi del Paese, comprese le attività sanitarie.


Che poi si trattasse solo di meschina propaganda lo si può toccare con mano se si leggono e si confrontano il testo del DPCM e il testo dell’Ordinanza regionale. Mentre il DPCM elenca puntigliosamente le attività esentate dalla sospensione di “tutte le attività produttive industriali e commerciali” (art. 1 lettera a), cioè le attività indispensabili all’alimentazione e alle attività sanitarie, la Regione, dopo aver tuonato per giorni il “chiudiamo tutto”, non chiude o sospende nessuna attività industriale, si limita a chiudere quelle commerciali (che erano già praticamente tutte chiuse) e a “raccomandare” di sospendere le “attività dei reparti aziendali non indispensabili alla produzione”, quindi lasciando aperti in modo indifferenziato i reparti produttivi (Ordinanza 514 art. 10). Chiude invece gli studi professionali che non pare proprio abbiano, di questi tempi, un tale afflusso di persone da far temere un aumento del contagio, o almeno certo non più delle grandi fabbriche.
A ben guardare, il “chiudiamo tutto” non vale nemmeno per i tanto deprecati runner (ormai trasformati nel pericolo pubblico numero uno): sono vietati “l’attività ludica o ricreativa all’aperto, lo sport e le attività motorie svolte all’aperto se non nei pressi delle proprie abitazioni” (art. 17).
Le diversità tra norma nazionale e norma regionale non possono, poi, che creare confusione, dubbi e incertezze sia tra gli operatori economici che nella popolazione.
È evidente che la finalità dell’operato regionale non era la tutela della salute ma unicamente il differenziarsi dal Governo nazionale delegittimandolo, come del resto vediamo, qui in Lombardia, da troppi anni.
Se davvero la Regione volesse aiutare i cittadini in questi momenti così difficili, dovrebbe in primo luogo occuparsi davvero di tutelare la salute degli operatori della sanità. Se si escludono gli anziani già affetti da altre gravi malattie, la triste graduatoria degli ammalati vede al primo posto proprio infermieri e medici, sia ospedalieri che di assistenza primaria, che ancora lavorano in molti casi senza i necessari dispositivi di protezione individuale, così come altri operatori della sanità, come i dipendenti dell’ATS, al 50% colpiti da malattia. Più che generici e stucchevoli elogi agli “eroi”, sarebbe stata utile, per tempo, una decisa e concreta attività della Regione per prevenzione e sicurezza. Per la Regione la colpa è sempre degli altri: del Ministero, del Governo, della Protezione Civile … eppure proprio la sanità è uno dei settori in cui le regioni hanno poteri amplissimi, e la Lombardia più di tutte le altre, grazie alla “riforma”. Chi sarebbe dovuto intervenire subito sull’Ospedale di Alzano per evitare che si trasformasse in quel pericoloso focolaio di infezioni che è poi diventato? Dare sempre la colpa agli altri e delegittimare il Governo è un brutto gioco al massacro che può solo far peggiorare una situazione già difficilissima.

Bergamo. 23 marzo 2020.
(or amb)