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Gli Ordini dei medici di tutte le province della Lombardia contestano la gestione regionale dell’epidemia COVID-19 e avanzano alcune proposte

Gli Ordini dei medici di tutte le province della Lombardia contestano la gestione regionale dell’epidemia COVID-19 e avanzano alcune proposte

Si sta sempre più ingrossando il fiume delle critiche all’operato della Giunta Regionale nella gestione dell’emergenza COVID-19. Critiche non pregiudiziali e non ideologiche ma concrete e strettamente attinenti a come la Regione si è comportata rispetto ad alcune precise criticità: la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori sanitari, la grave situazione nelle RSA, la trasparenza sul numero dei deceduti e dei positivi, il continuo conflitto (invece che la collaborazione) con la Protezione Civile e il Governo nazionale, e infine la non disponibilità a mettere in discussione il “modello” anche quando è risultato evidente che l’aver lasciato in secondo piano il ruolo della medicina di territorio (Medici di Medicina Generale, Distretti, Assistenza Domiciliare) ha fatto confluire sugli ospedali un carico di pazienti, ormai aggravati, ben difficilmente sostenibile, con la catastrofe di lutti e sofferenze che tutti conosciamo.


Perfino uno dei “padri” della riforma sanitaria lombarda, Angelo Capelli, ne prende pubblicamente le distanze con una lettera a Quotidiano Sanità.
È poi la volta, oggi, di tutte le Federazioni Provinciali degli Ordini dei Medici della Lombardia che pubblicano una articolata lettera ai responsabili della Regione. Non stiamo a ripetere l’elenco delle gravi e gravissime contestazioni mosse dai medici, per questo basta la lettura diretta del testo. È utile, però soffermarsi sulla principale ricetta alternativa proposta dai medici. In pratica la lettera ritiene che la ripresa non sarà né immediata né semplice e che “qualsiasi imprudenza potrebbe determinare un disastro di proporzioni difficili da immaginare”. L’unica alternativa, secondo gli Ordini dei Medici è quella di sottoporre tutti gli operatori sanitari a test rapido immunologico “una volta ufficialmente validato” e successivamente, in caso di riscontro di presenza anticorpale, “sottoporre il soggetto a tampone diagnostico”. Il personale sanitario, così risultato immune, potrebbe essere impiegato “in casi estremi, con l’attribuzione di specifiche responsabilità e procedure, di un’attività solo in ambiente COVID, sempre con protezioni individuali adeguate”.
In aggiunta, sostengono i medici, è necessario superare la mancanza di protocolli di terapia sul territorio perché si tratta di curare a domicilio “pazienti che ordinariamente sarebbero stati inviati in ospedale”.
Sono soluzioni ragionevoli ma certamente non semplici da attuare in quanto, come ha lamentato la circolare 4 Marzo del Ministero della Salute in linea con l’OMS, i test sierologici “necessitano di ulteriori evidenze sulle loro performance e utilità operativa”. Inoltre, la circolare ministeriale fa notare che laboratori in grado di eseguire i test ci sono (la circolare ne pubblica un elenco) ma quel che manca è la disponibilità, a livello internazionale, dei necessari reagenti. Un’ulteriore prova di come questa emergenza costringa a ripensare priorità anche nell’assicurarsi la capacità di produrre materiali indispensabili (le mascherine, le tute, l’ossigeno, i reagenti …), prima lasciati ad una divisione internazionale del lavoro, che funziona quando non ci sono emergenze e quando non si erigono barriere nazionalistiche.
Nonostante questi ostacoli, le proposte dei medici indicano comunque una strada percorribile: prima o poi le carenze di strumenti saranno superate e sarà possibile passare ad una fase diversa.
Qualcosa, comunque, è possibile fare da subito. I medici segnalano, nella loro lettera, la “mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia”, ed è vero: basta guardare il sito web dell’ATS. Quel che servirebbe non è un semplice elenco di numeri (anche se sarebbe già un passo avanti), ma un’analisi dei dati: chi sono le persone colpite dall’epidemia? Che lavoro facevano? Ci sono correlazioni statisticamente significative tra contagio, lavoro, spostamenti, o soltanto con età e pregresse malattie? Com’era organizzato il luogo di cura dove sono state ricoverate? Che tipo di prevenzione era stata attuata? Che terapie sono state somministrate? A quali variabili era collegata la guarigione? Invece che la ormai insopportabile retorica sugli eroi della sanità, una riflessione sulle risposte a queste domande aiuterebbe ad organizzarsi meglio.

Bergamo. 7 aprile 2020.
(or amb)