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Senza acqua non c’è vita: l’acqua deve restare un bene pubblico

Poiché l’acqua è un bene indispensabile, è necessario che chi governa e amministra la “cosa pubblica” ne garantisca ai Cittadini la disponibilità e la qualità. Per disponibilità si intende che ogni essere umano ne deve potere fruire pagando il servizio compatibilmente con le proprie possibilità economiche. In questo caso non ha alcun senso sostenere, o accettare, che sia soltanto il “mercato” a decidere a chi dare l’acqua e a che prezzo. Fatta la doverosa premessa sosteniamo che non ci convince quello che in tema di servizio idrico si sta preparando. Non ci convince la “libertà” di imporre prezzi diversi per il medesimo quantitativo d’acqua erogato. Non ci convince che periodicamente, anche nelle nostre valli, l’acqua che scende dai rubinetti non sia potabile. Non ci convince l’idea che il servizio di distribuzione debba essere di fatto privatizzato: questo darebbe un potere contrattuale eccessivo a soggetti che hanno come scopo primario (legittimo) il profitto. Siamo contestualmente consapevoli che le reti idriche, nella loro generalità, devono essere efficienti per evitare sprechi e infiltrazioni che minerebbero la salubrità dell’acqua. Per realizzare questi scopi i Cittadini sono in grado di condividere la necessità che si debbano investire risorse pubbliche. Se le Amministrazioni locali non sono strutturate idoneamente per svolgere questi compiti, nulla impedisce loro di affidarle a terzi, come per qualsiasi lavoro. Nessuno pretende che un Comune sia autonomo nel rifare le strade, nel costruire edifici, nel garantire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, nell’assicurare il trasporto pubblico locale. Ma un conto è appaltare un lavoro mantenendone il controllo e la titolarità, un altro è abdicare ai propri compiti mettendo in mani private un bene pubblico.
Un capitolo interessante è anche quello che riguarda la fatturazione dell’acqua. Si parla tanto di quoziente famigliare (idea nata, ma mai realizzata, per applicare le tasse in base al numero dei componenti la famiglia) e nessuno insorge contro l’evidente iniquità delle bollette dell’acqua. Gli attuali gestori del servizio riconoscono la cosiddetta tariffa sociale (forse ricordandosi che l’acqua è un bene inalienabile regalatoci dalla natura) in forma uguale per tutti. Esempio classico di diseguaglianza. Far pagare i primi 80 metri/cubi di consumo a prezzo politico a quei nuclei famigliari composti da una persona o da più persone non è la stessa cosa. In queste situazioni la famiglia, specie se numerosa, è fortemente penalizzata. Per eliminare l’ingiustizia basterebbe moltiplicare la quantità di consumo, valutandone la misura, a cui si riconosce la natura di “minimo necessario” per il numero dei componenti il nucleo che è collegato allo stesso contatore. In questo caso, si potrebbe accettare un aumento dei costi per i consumi eccessivamente elevati.
Milioni di Cittadini hanno manifestato la loro contrarietà al tentativo di privatizzare l’acqua sottoscrivendo il referendum che chiede il mantenimento dell’acqua come bene pubblico. Auspichiamo che i nostri governanti si ravvedano e tengano conto della volontà popolare.

Bergamo, 9 agosto 2010

Federconsumatori Bergamo
Presidente

Pietro Roberti