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La
Regione Lombardia ha pubblicato un
bando per l’accesso alla “Dote
conciliazione”, un contributo alle madri per conciliare lavoro e impegni
familiari.
Giustissimo dunque l’obiettivo, ma, per molti motivi, la Regione ha scelto
strumenti sbagliati, anzi, strumenti che rischiano di avere risultati
controproducenti e che si pongono in contrasto con il lavoro svolto fin
qui dalle parti sociali e da molti Comuni.
Per favorire la conciliazione tra lavoro e tempi della genitorialità,
infatti, si è sempre cercato di FAVORIRE IL PART TIME, e
invece il bando della Dote Conciliazione pone come condizione per
l’accesso la rinuncia al part time.
Si è sempre cercato di favorire l’accesso ai CONGEDI PARENTALI
(ad esempio il progetto “A casa con tuo figlio il primo anno di vita” del
Comune di Bergamo) e, invece, il bando prevede espressamente la
rinuncia all’utilizzo dei congedi.
Un’altra scelta fondamentale è sempre stata la ricerca di coinvolgere
entrambi i genitori e favorire un’assunzione di responsabilità anche
da parte del padre, e invece il bando si rivolge
esclusivamente alle madri.
Un grande passo indietro, quindi; ma c’è anche dell’altro.
Per questa iniziativa la Regione mette a disposizione 480.000 euro (cioè
300 Doti di 1.600 euro ciascuna) per ognuna delle sei province che
parteciperanno alla “sperimentazione”: Mantova, Monza, Brescia, Cremona,
Lecco, Bergamo. Ma, mentre Lecco e Cremona hanno 300.000 abitanti, Bergamo
e Brescia ne hanno più del triplo. Le risorse quindi non sono
proporzionate alla popolazione.
Non è previsto nessun limite di ISEE o di reddito e pertanto
potranno ricevere lo stesso aiuto donne in difficoltà economica e donne in
condizione agiata.
L’accesso alla dote è riservato solo alle madri con un figlio inferiore
all’anno nel periodo giugno-dicembre 2011; si privilegia la
casualità della nascita e dell’età rispetto a parametri più
importanti come la condizione economica o la situazione di
monogenitorialità.
Risulta davvero difficile capire, poi, il perché siano state escluse
le lavoratrici dipendenti da grandi aziende (sopra i 250
dipendenti) mentre siano ammesse libere professioniste o
imprenditrici. La Dote è infatti riservata a “dipendenti” di
piccole-medie-imprese o riservata a libere professioniste e imprenditrici.
Con queste limitazioni restano escluse tutte le lavoratrici precarie
(*)
(con contratti a progetto, di collaborazione; come ha ben documentato il
recente convegno della Diocesi di Bergamo, questa è la condizione
prevalente di tante giovani mamme). Si arriva al paradosso che la precaria
impiegata a progetto in uno studio professionale con uno stipendio
ridottissimo venga esclusa dalla dote, ma ci possa accedere la sua datrice
di lavoro ingegnere o avvocatessa. Ma nemmeno se la dipendente fosse
assunta con normale contratto a tempo indeterminato potrebbe accedervi
perché uno studio libero-professionale non è una piccola media impresa, o
meglio, lo è solo se è costituito in società, e molti studi non lo sono.
Se l’obiettivo era davvero un aiuto alla genitorialità, perché introdurre
queste assurde discriminazioni? Bisognava guardare solo le condizioni di
reale bisogno, e non altro.
Un’altra obiezione, radicale, a questa iniziativa della Regione, è che si
tratta dell’ennesima iniziativa occasionale, una tantum
(come la dote lavoro, la dote formazione, i vari bonus che si sono
succeduti con annunci strepitosi e poi lasciati cadere). Non è l’avvio di
una politica che guarda al futuro, che cerca di rendere stabili e solidi i
servizi per la famiglia e l’infanzia. Tant’è vero che i Comuni e gli
Ambiti Territoriali sono stati totalmente esclusi. I nidi
territoriali (siano essi pubblici o privati) sono messi sullo stesso piano
del baby parking o della baby sitter a ore. E l’utilizzo dello strumento
“dote”, vero feticcio per questa amministrazione regionale, non aiuta la
crescita e il consolidamento di servizi territoriali qualificati, con
personale professionalmente preparato e stabile. Quale genitore affida il
proprio bambino (inferiore all’anno!) in mani non sicure?
E, infine, anche le parti sociali sono state escluse dalla
partita, chiamate solo ad applaudire in sala l’assessore davanti alle TV
lo scorso 7 aprile, in un’indecente presentazione di un “accordo
territoriale per la conciliazione”. Sindacati e
Associazioni datoriali non hanno potuto partecipare a nessun momento di
programmazione, sebbene anche nel nostro territorio non siano mancati
progetti e iniziative di conciliazione, per favorire il part time, per
favorire il rientro in azienda dopo la maternità, per favorire orari
flessibili.
L’impressione è che la Regione, come spesso accade, abbia voluto fare
un’iniziativa di facciata, propagandistica, lanciare uno spot per
promuovere la propria
immagine sui giornali, ma della
sostanza dei problemi poco si sia curata, altrimenti avrebbe agito
diversamente.
Dopo questa prima tappa della “Dote Conciliazione” si passerà alla seconda
tappa, il finanziamento di progetti territoriali per la “consulenza” e la
“promozione” della conciliazione. Vedremo se si continuerà sulla stessa
strada o se si vorranno ascoltare quei soggetti che, nei rispettivi campi
di intervento e di responsabilità hanno qualcosa da dire oltre a quello
che già fanno (non solo i Comuni e le parti sociali, ma anche le
cooperative che gestiscono servizi, le associazioni di volontariato che
gestiscono i doposcuola interculturali e gli spazi gioco nei periodi di
chiusura delle scuole …).
Bergamo, 15 giugno 2011.
(or amb)
(*) dopo le numerose proteste ricevute, la Regione ha deciso di
equiparare le lavoratrici precarie parasubordinate (a progetto,
collaborazione, ecc.) alle libere professioniste e pertanto anche a loro è
possibile accedere alla dote conciliazione. (settembre 2011)
Scheda
informativa a cura dello Sportello Genitori Cgil
Allegato A
al Decreto Regionale (Indicazioni per la partecipazione alla dote
conciliazione)
Allegato B al
Decreto Regionale 5353 del 14/06/2011 (Regole per il riconoscimento e la
gestione della Dote Conciliazione Servizi alla Persona e Dote
Conciliazione Premialità Assunzione)
Depliant informativi ASL Bergamo: per
mamme, per
aziende.
(or amb) |