CGIL BERGAMO
Dipartimento Welfare

13 novembre 2006


Comune di BERGAMO
Approvato in Commissione Consiliare il Regolamento ISEE per aiutare le famiglie a sostenere le spese delle rette in strutture di ricovero

nota di Orazio Amboni (Dipartimento Welfare Cgil Bergamo)

 

La Commissione Comunale per i Servizi Sociali ha finalmente approvato (9.11.06) la proposta di Regolamento per interventi di sostegno alle famiglie che si fanno carico della spesa per rette di ricovero in strutture residenziali (RSA, RSD o altro). Un iter lungo e tormentato che era iniziato con la firma del verbale di intesa con Cgil Cisl Uil (giugno 2005) e proseguito con la presentazione pubblica il 13 dicembre 2005 presso la casa di riposo del Gleno.
Le ragioni di un così lungo iter, non privo di ripensamenti e correzioni (il testo finale è in molti punti diverso da quello sottoscritto a giugno 2005), sono in parte dovute alla delicatezza della materia e in parte dovute ai contrasti interni alla maggioranza di centro sinistra nel Comune di Bergamo. Il Gruppo di Rifondazione Comunista e due altri consiglieri hanno pubblicamente dichiarato, prima sulla stampa e poi in Commissione, la loro contrarietà mettendo in difficoltà la coalizione.
Vale la pena di tornare nuovamente sulle argomentazioni con cui viene contestato l’accordo.


Le obiezioni di natura giuridica
Una prima serie di motivazioni è di tipo giuridico. Si sostiene che la normativa sull’ISEE (Decreto 130/2000) limiterebbe al solo ospite e al suo reddito e patrimonio l’obbligo di far fronte alla retta, escludendo i parenti da ogni dovere di compartecipazione. Non è difficile immaginare quale effetto possa avere presso i parenti che sborsano ogni mese centinaia e centinaia di euro, sentirsi dire che non devono pagare nulla e che la richiesta di integrazione è un abuso illegale. La sicurezza con cui questa argomentazione viene sostenuta ha anche fatto breccia perfino tra qualche consigliere comunale; peccato che si tratti di un’informazione sbagliata.
Il Decreto 130 disciplina le modalità di calcolo dell’ISEE e,a quel fine, sostiene che per l’anziano non autosufficiente vada calcolato un ISEE a sé, scorporando la sua posizione economica da quella dei familiari. Sostiene, poi, che gli “Enti erogatori” (ad es. le case di riposo) non possano sostituirsi al ricoverato nel richiedere il pagamento degli alimenti ai parenti obbligati; quindi le case di riposo, quando il reddito del ricoverato non basta a pagare tutta la retta, non dovrebbero, come invece fanno, rivolgersi ai parenti ma dovrebbero rivolgersi al Comune. È il Comune che ha l’obbligo (previsto da diverse disposizioni di legge) di integrare la retta e poi rivalersi sui parenti. Questo è quel che dicono le norme. Far credere altro è un errore che genera aspettative irrealizzabili. I consiglieri comunali di Rifondazione Comunista e gli esponenti del Comitato Ospiti e Parenti del Gleno hanno preannunciato ricorsi legali; ben vengano. Sarà un’occasione in più per confermare che la loro posizione non ha fondamento giuridico (se ne avesse, non ci sarebbe in tutta Italia il concorso dei familiari al pagamento delle rette).
[per una completa documentazione sulle norme che regolano la materia, si rinvia al nostro comunicato del 25 novembre 2005]


Sanità o assistenza?
Un secondo tipo di argomentazioni tende ad attribuire la spesa per i ricoveri nelle case di riposo dal settore sociale (a carico di famiglie e Comuni) a quello sanitario (a carico del Servizio Sanitario, cioè della Regione). Questo ragionamento si basa su una premessa vera: sempre più i ricoverati in casa di riposo hanno una condizione sanitaria compromessa e le loro condizioni sono, dal punto di vista sanitario, gravi; si tratta di malati cronici. Ora, tra i due estremi (sanitario/sociale) ci sono diverse situazioni intermedie e una norma legislativa (DPCM 14.2.01) disciplina, per tutti questi casi, come ripartire la spesa in modo percentuale. Per le case di riposo la suddivisione stabilita è al 50% (da calcolarsi non per ogni singola RSA ma a livello regionale). Quindi metà della spesa è a carico del servizio sanitario regionale e metà è a carico dei ricoverati (e per quanto da loro non pagato, a carico dei parenti e dei Comuni).
È probabile che, in considerazione delle condizioni di salute particolarmente gravi di gran parte dei ricoverati, questa suddivisione al 50% sia da rivedere e sia da aumentare la quota a carico del servizio sanitario. Ma si tratta di una scelta legislativa ancora da compiere; un regolamento comunale, in quanto atto amministrativo, deve invece restare nel quadro della normativa vigente.


Tutto sanitario?
Ma la richiesta di trasformare le case di riposo in “ospedali geriatrici” e quindi a carico del servizio sanitario, quand’anche fosse sostenibile sul piano delle risorse finanziarie, sarebbe comunque sbagliata sotto il profilo della qualità della vita. Incentivare la “sanitarizzazione” di queste strutture significherebbe regolarne i tempi, gli spazi, le attività sul modello dei reparti ospedalieri mentre vanno, al contrario, incentivate e favorite tutte le forme avvicinamento alla struttura domestica: dimensioni piccole, privacy, valorizzazione di tutti gli aspetti sociali e ricreativi... il modello “sanitario” va in un’altra direzione ed è pensato per ricoveri limitati nel tempo, non per trascorrere un periodo intero, quello finale, della vita. Chi si batte per “sanitarizzare” queste strutture non ha ben chiare le conseguenze umane di questa richiesta.
Certo, resta il grave, anzi gravissimo problema dell’inadeguatezza della rete sanitaria di tipo riabilitativo (convalescenza, lungodegenza, riabilitazione geriatrica); ma la risposta deve essere l’adeguamento di questa rete, particolarmente carente in Lombardia e nella Bergamasca, e non la sanitarizzazione delle RSA.


Le risposte del Regolamento
Il Regolamento proposto dal Comune di Bergamo interviene non sul fronte delle rette (che sono di competenza delle RSA, almeno fino a quando non ci saranno nuove norme regionali in materia, già preannunciate con il progetto di legge sul “Governo della rete”) ma su quello dei contributi ai familiari che integrano le rette. Il Regolamento, correttamente, fissa le condizioni da rispettare per richiedere al Comune un sostegno economico e interviene, in modo innovativo, su diversi altri aspetti di cui abbiamo già parlato in precedenti comunicati.
Chi si dichiara contrario dovrebbe riflettere sulle conseguenze delle proprie condizioni. Se il regolamento non venisse approvato l’unica conseguenza concreta è che le famiglie non potrebbero contare sugli aiuti economici previsti, cioè quelli relativi alla quota di retta eccedente il “tetto di sopportabilità”. Una scelta che penalizza le fasce più deboli della popolazione.


Problemi aperti
Il costo che famiglie, Comuni, Regione devono sostenere per le persone non autosufficienti, anziane o comunque disabili, è un costo molto alto, crescente e difficilmente sostenibile. Non basta chiedere un aumento della quota sanitaria regionale (peraltro, non sono “soldi di Formigoni”! sono sempre risorse pubbliche, di tutti) perché il problema sia automaticamente risolto. Bisogna poter contare su più risorse e per questo Cgil Cisl Uil si sono battute per la costituzione di un Fondo per la non autosufficienza che finalmente comincia a vedere la luce, seppur con dimensioni esigue, in questa Legge Finanziaria. 
Le risorse andranno utilizzate con equilibrio prevedendo, a fianco del finanziamento dei ricoveri in RSA, anche un sostegno alla domiciliarità: la maggioranza degli anziani non autosufficienti (anche malati gravi e gravissimi come l’82% degli ammalati di Alzheimer) non sta in casa di riposo, sta in casa propria, col sostegno dei familiari e a totale carico dei parenti, con costi spesso molto superiori alle rette. Se le poche risorse disponibili venissero utilizzate solo per i ricoveri in RSA e nemmeno per i più bisognosi, come sarebbe senza il Regolamento proposto, sarebbe davvero una doppia ingiustizia.

Bergamo, 13 novembre 2006.
(Or. Amb.).

 

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Il testo apparso sulla stampa locale con il quale il Gruppo Consiliare di R.C. motiva il proprio dissenso

La discussione che sta impegnando il consiglio comunale intorno alla questione della compartecipazione al pagamento delle rette per i malati cronici non autosufficienti ricoverati nelle RSA, merita a mio avviso di essere pubblica e quanto più partecipata possibile. Prima di assumere qualunque decisione in merito.
Il problema solo apparentemente riguarda gli anziani che,a causa di una o più malattie degenerative croniche divengono non autosufficienti, dovendo ricorrere a strutture di ricovero permanente per la loro cura e mantenimento in vita. In realtà questa questione ha a che fare con il modello di società che stiamo costruendo, soprattutto in considerazione del progressivo invecchiamento della popolazione.
Nei confronti di questi cittadini, oltre al dramma di una malattia degenerativa che li proietta nella non autosufficienza, si somma la beffa di non vedere riconosciuta la propria condizione di malati, pertanto di non essere posti più a carico del sistema sanitario, e conseguentemente essere costretti a pagare delle rette che oscillano tra le 1500 e le 2200 euro mensili. Rette che spesso non sono in grado di pagare neanche versando per intero (come già accade) la propria pensione ed i propri risparmi accumulati.
Noi crediamo che i malati cronici non autosufficienti, siano da considerarsi malati come gli altri è pertanto debbano avere diritto alle cure sanitarie senza limiti di durata.
Purtroppo la recente legislazione, ha sancito che le cose non stanno così, ed il DPCM del 29-11-2001 stabilisce che “per la cura delle persone non autosufficienti con patologie degenerative,, almeno il 50% del costo complessivo è a carico del sistema sanitario (quindi la Regione) ed il restante 50% è a carico del comune, fatta salva la compartecipazione da parte dell’ utente
Ma nonostante questa legge (che noi riteniamo ingiusta) asserisca questi obblighi,
oggi in Lombardia accade che
·         la Regione non ottempera all’obbligo stabilito per legge di garantire almeno il 50% (paga circa il 43%) del costo delle rette,
·         che i pazienti versano per intero tutta la loro pensione e finanche i propri risparmi, per contribuire al pagamento della degenza
·         i parenti dei malati, prima dell’accettazione del ricovero in una RSA, debbono firmare una impegnativa che li obbliga a pagare la quota parte di retta che riamane scoperta.
 
Il nuovo regolamento in discussione è da noi non condiviso nella parte che di fatto sancirebbe che i parenti, anche se non conviventi, sono tenuti a pagare la quota della retta non coperta dal reddito del malato.
Non condividiamo questa pratica, ed anzi la riteniamo illegittima perché il decreto legislativo 130 del 2000, riguardante la valutazione della situazione economica (ISEE) dei soggetti tenuti a versare una contribuzione sostiene che: “la valutazione della situazione economica è determinata con riferimento al nucleo familiare di appartenenza” (art 2 c.1), “ciascun soggetto può appartenere ad un solo nucleo familiare” (art 2 c.2),, e ciò che va preso in esame è “la situazione economica del solo assistito” (art 3 c. 2-ter).
Peraltro anche il Difensore civico della Regione Lombardia, in una nota del 2 dicembre 2001 conferma che la legge “esclude in modo chiaro che gli enti erogatori possano richiedere contributi ai parenti degli assistiti”.
Anche noi comprendiamo le serie difficoltà dei comuni che, colpiti da anni di tagli, non riescono a farsi carico di questo genere di oneri potendo disporre di risorse limitatissime; ma il rischio è che in questa “guerra tra poveri” i comuni finiscano per “scaricare” sulle famiglie il peso di una ingiustizia sociale.
Secondo lo studio commissionato dalla presidenza del consiglio infatti nel 1999 circa 2 milioni di famiglie italiane “sono scese sotto la soglia della povertà a causa delle spese sostenute per la cura di un familiare affetto da malattia cronica
Allora la domanda che dobbiamo porci è: “come proviamo a far si che questo consiglio comunale “oltre ad amministrare l’esistente” si proponga di essere portavoce dei bisogni dei cittadini che “amministra”?
Noi proponiamo che il comune di Bergamo si ispiri all’esperienza del Piemonte, nella quale, le associazioni dei malati, assieme al comune (di Torino) ed ai sindacati, sono stati i capofila di un movimento durato mesi che ha portato nel 2005 la regione Piemonte,di centrodestra, prima ad istituire un tavolo congiunto Regione-territorio, ed infine a garantire il pagamento di oltre il 55% del costo delle rette istituendo inoltre un fondo Regionale ai quali i comuni attingono nel caso in cui il redditi del malato non bastassero a coprire la spesa restante.
L’ amministrazione di Bergamo dovrebbe a nostro avviso farsi portavoce di queste istanze sostenendo concretamente il lavoro dei comitati che cercano di vedere riconosciuto il diritto alla cure, promuovendo la costituzione di un tavolo territoriale tra le associazioni dei malati e dei parenti, le realtà sindacali, ed avviando urgentemente un confronto permanente con la Regione Lombardia che porti al riconoscimento di un pieno diritto alle cure per questi malati che non possono essere considerati “di serie B” ma, come tutti gli altri, devono essere assistiti dal sistema sanitario orientandone le necessarie risorse.
Altro discorso è pensare ad un contributo - ad esempio l'80% del proprio reddito- che il singolo assistito (non i famigliari) può versare alla struttura che lo ricovera
Questo ci sembra rispondere ad un principio di equità perché da un lato riconosce che un malato è un malato ed al tempo stesso che il ricoverato che viene mantenuto per un lungo periodo possa contribuire al suo mantenimento.

Maurizio Morgano - Consigliere comunale Rifondazione Comunista

 

 

 

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